Provincia di Lucca - Servizio Politiche Sociali

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Disabilità: Attività realizzate

Pubblicazione SENZA BARRIERE:DALLA TEORIA ALLA PRATICA

Nell’ambito del Convegno dal titolo "Senza Barriere: dalla teoria alla pratica"organizzato dall’Agenzia Formativa Proteo Onlus in collaborazione con il Servizio Politiche Sociali della Provincia di Lucca è stata distribuita una pubblicazione che raccoglie saggi e interventi relativi al Corso di Formazione professionale per giovani tecnici (neolaureati in ingegneria e architettura, architetti, ingegneri e geometri),finalizzato all’acquisizione di competenze specialistiche per la progettazione di interventi nel campo dell’abbattimento architettonico.

La pubblicazione può essere richiesta all’ Agenzia Formativa Proteo Onlustel. 0583/933755 o scaricabile alla fine del presente articolo.

Il Corso di Formazione professionale suddetto è stato organizzato dall’Agenzia Formativa Proteo, finanziato dall'Amministrazione Provinciale con risorse del Fondo Sociale Europeo .

La giornata di studio dal titolo "Senza barriere dalla teoria alla pratica", che si è svolta il giorno 13/10 u.s., presso la sede dell’Amministrazione Provinciale in Via S. Nicolao, ha concluso percorso formativo.

Il corso si è tenuto a partire dal luglio 2005 fino al febbraio 2006, presso l’Istituto Tecnico per Geometri "Nottolini" di Lucca per una classe di 15 partecipanti. Il tema dell’abbattimento delle barriere architettoniche è stato affrontato sotto molteplici aspetti, che vanno dalla progettazione degli edifici specialistici, fino all’adeguamento degli edifici esistenti di tipo residenziale; dal recupero del patrimonio storico – artistico all’adeguamento degli impianti sportivi e alla redazione dei piani di accessibilità urbana, così come sono state affrontate le diverse scale della progettazione: da quella architettonica a quella territoriale, compresa l’acquisizione della normativa di base intesa nelle sue migliori e più evolute applicazioni. E’ emerso con particolare evidenza l’importante contributo dei disabili e delle loro Associazioni per la realizzazione di una progettazione realmente adeguata al bisogno di ‘accessibilità’ di tutti nell’ottica di una "progettazione partecipata", che è stato un altro dei contenuti centrali del corso. Il tema trattato durante la giornata di studio , comprensiva anche della mostra relativa alle attività svolte durante il laboratorio didattico, ha visto la partecipazione dei rappresentanti degli ordini professionali (Architetti, Ingegneri e geometri), dei funzionari della Regione Toscana esperti in materia e nella gestione dei fondi dedicati all’abbattimento delle barriere, docenti del corso, amministratori e rappresentanti delle diverse associazioni di disabili che operano nel settore.



Di seguito il testo, senza immagini della pubblicazione, la versione completa può essere richiesta all’Agenzia Formativa Proteo Lucca



PUBBLICAZIONE:

SENZA BARRIERE DALLA TEORIA ALLA PRATICA

Raccolta di saggi e interventi relativi



SENZA BARRIERE DALLA TEORIA ALLA PRATICA

Raccolta di saggi e interventi relativi al percorso formativo "Senza barriere: dalla teoria alla pratica"







Provincia di Lucca – Formazione Professionale Bando Provinciale Multimisura F.S.E. – Ob. 3 – Fondi 2005

Hanno reso possibile la realizzazione del progetto:

Unione Europea – Fondo Sociale Europeo

Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali

Regione Toscana

Provincia di Lucca

Agenzia formativa Proteo Lucca Onlus

Istituto Tecnico per Geometri Nottolini di Lucca

Istituto Tecnico per Geometri Don Lazzeri di Pietrasanta



Pubblicazione a cura di

Michela Biagi, architetto

Angela Piano, ingegnere

Annalisa Chelotti, Agenzia Formativa Proteo Onlus

Sabrina Galli, Agenzia Formativa Proteo Onlus

Daniela Simi, Agenzia Formativa Proteo Onlus



INTRODUZIONE



La presente pubblicazione raccoglie gli interventi di relatori, tutor e allievi del corso di formazione professionale per geometri, architetti, ingegneri, finalizzato all’acquisizione di competenze specialistiche per la progettazione di interventi nel campo dell’abbattimento delle barriere architettoniche, promosso dall’Amministrazione Provinciale, in collaborazione con altri Enti, Associazioni di Volontariato e del Terzo Settore, l’Agenzia Formativa Proteo Centro Studi Formazione Onlus, Ordini Professionali e Istituzioni Scolastiche del territorio.

Il corso suddetto si inserisce in un percorso promosso, da tempo, da questa Amministrazione Provinciale, per rimuovere quelle barriere, spesso culturali, che limitano ed ostacolano l’inclusione sociale di tutti i cittadini. Sensibilizzare e diffondere informazioni legislative, buone pratiche, sono le prime azioni da intraprendere affinché la società possa efficacemente rispondere ai bisogni diversificati delle persone che la compongono.



Progettare spazi, edifici, trasporti fruibili e accessibili per tutti significa pensare ad esigenze plurigenerazionali di persone con caratteristiche fisiche diversificate, superando la concezione comune che la barriera architettonica sia strettamente legata all’accessibilità del disabile e creando un ambiente urbano rispettoso dei diritti dei suoi componenti. Infatti l’accessibilità e fruibilità sono i presupposti per la partecipazione democratica alla vita della Società, nel rispetto dei concetti di uguaglianza e di pari opportunità sanciti dalla Costituzione.



Sono certo che la diffusione più ampia possibile degli interventi dei relatori del Corso "Senza barriere – dalla teoria alla pratica" permetterà a quanti non vi hanno potuto partecipare, di raccogliere stimoli e nuove acquisizioni utili a "costruire" una società, in cui si realizzi l’integrazione sociale dei suoi componenti.



IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI LUCCA

Dr. Stefano Baccelli

PRESENTAZIONE DEL CORSO

La definizione di un progetto di formazione sulle tematiche dell’abbattimento delle barriere architettoniche e della fruibilità degli spazi è maturata nell’ambito di un percorso condiviso tra il lavoro delle commissioni coordinate e congiunte istituite dagli ordini professionali (geometri, architetti, ingegneri) della provincia di Lucca e le associazioni che svolgono attività di sostegno ai diversamente abili e più volte hanno sollecitato la discussione e la ricerca di soluzioni partecipate ai problemi legati all’accessibilità.

Tali tematiche sono inoltre state al centro di momenti di riflessione pubblica nell’ambito di iniziative e convegni, con la partecipazione di vari soggetti che sul territorio si confrontano con questi temi. In tali occasioni è emersa la necessità di un maggiore scambio di approcci e conoscenze tra chi formula un progetto, chi pensa i servizi e chi vive spazi e servizi.

Il problema dell’abbattimento delle barriere architettoniche è fortemente sentito dagli Enti locali stessi, che si trovano a dover rispondere e ad applicare le leggi in materia a livello provinciale e comunale e nell’ambito dell’edilizia privata. Questo avviene, inoltre, in una realtà provinciale come quella di Lucca, che si articola in aree montane e collinari con problemi di mobilità e in aree urbane dense e complesse dal punto di vista morfologico, caratterizzate anche dalla presenza di importanti centri storici e strutture architettoniche di tipo monumentale.

A partire quindi dalle sollecitazioni di tutti questi soggetti, pubblici e privati, l’Agenzia formativa Proteo ha strutturato un percorso con l’obiettivo di formare una figura che non fosse solo esperta dal punto di vista normativo e strettamente tecnico, ma che fosse capace di entrare in relazione con le risorse e i vincoli della disabilità, per riuscire ad individuare con i soggetti più vulnerabili soluzioni partecipate e condivise.

A questo scopo sono stati scelti i contributi di professionisti, attivi a vario livello sul territorio e in realtà anche diverse da quella locale, nella progettazione di spazi accessibili e nell’integrazione sociale di persone con disabilità; e parallelamente si è scelto di avvalersi della collaborazione degli stessi diversamente abili nello svolgimento delle attività d’aula, ma soprattutto nella realizzazione di attività di laboratorio, a garanzia di una lettura più efficace del territorio e delle problematiche connesse all’eliminazione delle barriere architettoniche.

Michela Biagi, Sabrina Galli, Angela Piano (Coordinamento Corso)

INDICE

CONTENUTI DELLE COMUNICAZIONI IN AULA

Le persone nei diversi tempi della vita e la cultura dell’accessibilità. Uno sguardo di genere alla città e al territorio. Fanny Di Cara, pag. 7

Cultura dell’accessibilità e integrazione scolastica. Tina Centoni, pag. 11

Barriere architettoniche: soprattutto un problema culturale? Mario Satta e Bruna Andruccioli, pag.12

Internet: nuove opportunità e nuove barriere per gli utenti. Alessandro Rossetti, pag. 14

Esperienze toscane nel campo della realizzazione dei piani di abbattimento delle barriere architettoniche. Luca Marzi, pag 17

Lo stato dell’arte in Toscana tra norme e finanziamenti. Giovanni Pasqualetti, pag. 22

Qualità e sicurezza negli spazi pubblici. Roberto Pierini, pag. 26

Architettura per l’Alzheimer. Il centro diurno Alzheimer di Monte San Quirico a Lucca. Alessandra Guidi, pag. 31

L’accessibilità degli edifici pubblici. Giuliano Dalle Mura, pag. 35

Barriere architettoniche: dai contenuti della legge urbanistica all’esemplificazione nel recupero dei beni architettonici. Andrea Tenerini, pag. 38

IL PERCORSO FORMATIVO

Costruzione, struttura e contenuti di un percorso di formazione: incontro e interazione tra attori diversi, diversamente protagonisti. Michela Biagi, Sabrina Galli, Angela Piano, pag. 41

Oltre la barriera. Alberto Martinelli, pag. 44

Autonomia e barriere architettoniche. Riflessioni sui disagi della disabilità. Valentina Folegnani, pag. 45

La progettazione partecipata come metodo per trasformare un sogno in realtà. Chiara Batoni, pag. 48

La diversità orienta la progettazione. Lucas Frediani, pag. 51

APPENDICE NORMATIVA

Inquadramento normativo, breve memoria di sintesi. Daniele Micheli, pag. 53

Il materiale pubblicato corrisponde agli articoli pervenuti da parte dei docenti, tutor e allievi che hanno deciso di aderire all’iniziativa della presente pubblicazione.

CONTENUTI DELLE COMUNICAZIONI IN AULA



Le persone nei diversi tempi della vita e la cultura dell’accessibilità

Uno sguardo di genere alla città e al territorio

Fanny Di Cara, architetta



Comunicare l'accessibilità

Comunicare l'accessibilità non è cosa semplice e talvolta riconduco a questa incapacità la responsabilità dei tanti insuccessi che continuano a costellare le città e a renderle, nonostante tante leggi, ancora difficilmente vivibili per le persone di ogni età.

Qui vorrei richiamare in particolare un fattore che ho avuto modo di osservare e di verificare non soltanto nel mio lavoro, ma anche come abitante-cittadina, spesso costretta a sperperare la mia energia e tempo di vita per cercare di mettere in relazione uffici che non comunicano tra loro. O per cercare di compensare le carenze di una distribuzione non pensata di servizi e funzioni che mi costringono a schizzare da un punto all'altro della città per vivere la mia quotidianità, che si frammenta in tanti spazi dove talvolta perdo il senso della mia integrità e della continuità del mio fare. Un pezzo di esistenza qui e un altro là. Il corpo si spezzetta e si perde, come si perde la percezione della stretta relazione fra spazio e tempo di vita.

Non mancano a nessuno di noi storie serie e meno serie da raccontare. Vissuti quotidiani spesso condizionati da un'organizzazione degli spazi non in armonia con i diversi tempi della vita, nonostante si siano messi a punto, per il governo della città e del territorio, strumenti super specializzati come il Piano Urbanistico, il Piano Strutturale, il Piano delle Funzioni, il Piano della Mobilità, il Piano per l'abbattimento delle barriere architettoniche, il Piano dei tempi e degli orari, ecc. ecc. Strumenti che non sempre riescono a dialogare tra loro e a tradursi in qualità della vita per tutti.

Questa frammentazione è alimentata anche da un approccio culturale circoscritto al settore professionale di cui ci si occupa e all'area funzionale in cui si lavora, che conduce spesso a scelte progettuali parziali e poco permeabili ad assumere nella loro unicità e complessità, tutte quelle variabili che derivano dalle peculiarità di cui è portatore ogni abitante.

Un approccio, quindi, agli antipodi dell'accessibilità, perché non riconosce la sua trasversalità, vale a dire l'intreccio fra tempi di vita e spazi che ne accolgono ogni istante.

Premesso questo, quale idea di accessibilità cerco di comunicare? Non certo quella che la riconduce alla semplice rimozione di una barriera fisica o sensoriale.

Esistono altri ostacoli che limitano l'autonomia e la libertà di bambine, bambini e adolescenti, ma anche di anziane e anziani, di persone con delle disabilità. Ostacoli che fanno sperperare tempo ed energie per svolgere i lavori quotidiani, e qui penso a quanto incide la qualità urbana sul lavoro di cura che impegna soprattutto molte donne1.

La mia idea di accessibilità comprende ogni tempo della vita e ruota sulla convinzione che anche attraverso lo spazio, si esprime e si riconosce il valore che ogni persona in quanto tale racchiude in sé. Accessibile è lo spazio che riesce ad esprimere sempre questo valore e ad accogliere pienamente e con bellezza ogni istante della nostra esistenza.

Accessibile è lo spazio che contribuisce a compensare anche le disabilità temporanee e non soltanto quelle permanenti, e che riesce ad eliminare, o ridurre, la fatica che comporta il lavoro di cura.

Accessibile è lo spazio che garantisce alle persone di ogni età e condizione psico-fisica pari opportunità, è lo spazio che esprime la cittadinanza e che riconosce le peculiarità di chiunque abita la città e il territorio.

Nella città accessibile ogni scelta e anche il più piccolo dettaglio é importante, come lo sono i nostri modi di abitare.

Tempi e spazi di vita: un approccio plurale all'accessibilità

Per individuare e realizzare coerentemente le scelte che riguardano, più o meno direttamente, l'accessibilità dei tempi e degli spazi di "chiunque" abita la città e il territorio, il primo passo da fare è quello di riconoscerne la complessità.

Sottolineo "chiunque"2, per esprimere fra le altre cose la necessità di un altro tipo di approccio alla qualità urbana. Un approccio plurale che in Toscana è stato definito ed articolato più puntualmente dalla più recente normativa urbanistica, che mette in relazione tra loro tempi e spazi di vita e accessibilità. Qui, in particolare, mi riferisco alla legge n. 38/1998, "Governo del tempo e dello spazio urbano e pianificazione degli orari della città".

Una legge ancora poco ri-conosciuta nella sua portata che richiama la necessità di una formazione e di un approccio multidisciplinare (art. 2, lettera e), di un lavoro coordinato fra i settori funzionali comunali più direttamente coinvolti e che mostra ed articola il nodo di fondo su cui attivarsi, ossia quello di "mettere in stretta relazione il governo delle trasformazioni materiali della città e del territorio con la disciplina della distribuzione delle funzioni, della mobilità e dei tempi" (art. 3, comma 2).

La consapevolezza della complessità di questa relazione, come ho già accennato, mette in evidenza che non è sufficiente procedere con un approccio di tipo esclusivamente tecnico-progettuale.

Se bastasse questo, non ci troveremmo costretti a fare i conti (purtroppo ancora di frequente) con spazi che ostacolano e marginalizzano la vita quotidiana, che rendono più conflittuali le relazioni fra le diverse persone, più faticoso il lavoro di cura (figli piccoli, familiari disabili, genitori anziani, ecc.), letteralmente "un sogno" il bisogno di autonomia dei bambini e degli adolescenti e una prova "eroica" la vita indipendente che molte persone anziane o persone con delle disabilità riescono a ritagliarsi nelle nostre realtà urbane.

Questi spazi, generalmente, sono progettati e realizzati senza la partecipazione diretta dei cittadini, o scaturiscono da un percorso partecipativo soltanto formale, non attento alle persone reali e non interessato a sollecitare, valorizzare e ad assumere come una risorsa anche la loro progettualità. Ossia, quel sapere che deriva dall'esperienza quotidiana degli spazi che accolgono ogni istante vita.

Accessibilità e cittadinanza: il ruolo delle progettiste e dei progettisti



Cittadinanza e accessibilità sono i valori fondanti di un rapporto d’uguaglianza. Variabili complesse di un'equazione che mi rende sempre più determinata e ferma nella convinzione che, per procedere e per sviluppare un sapere tecnico-operativo che ruoti sulla cultura dell'accessibilità, occorre fare una scelta non solo di natura politico-culturale, ma anche etica.

Una scelta quindi da fare a tutto campo se vogliamo ri-conquistare l'essenza più profonda di questi valori e, di conseguenza, per poterli esprimere con altre forme, materiali, colori, relazioni funzionali fra gli spazi, oltre che per poterli definire con modalità progettuali diverse da quelle convenzionali.

Riconosco la mia presunzione, ma credo che come progettiste e progettisti possiamo sempre scegliere come far abitare le persone. In altre parole possiamo scegliere di esercitare il nostro potere di progettare per contribuire a garantire, nel rispetto dell'ambiente, un concreto benessere alle persone di ogni età.

Credo che non ci sia modo migliore per verificare la qualità di un progetto relativo ad un qualunque spazio, se non quello di vederlo abitato pienamente e con cura nel tempo. Questi segni, generalmente, riflettono i modi di abitare di persone che si sentono bene e a proprio agio in quel contesto, sia esso casa, piazza, strada, giardino, ufficio, sala di attesa, aula scolastica, città, territorio.

Generalmente questo è il punto di arrivo di un percorso progettuale e di cittadinanza, dove gli abitanti non hanno fatto l’architetto o l’urbanista o il designer, ma hanno partecipato alla ricerca per la qualità dei loro spazi di vita. E’ il risultato di una relazione intensa, talvolta anche conflittuale, fra chi progetta e chi abita o abiterà un determinato luogo.

La relazione committente e progettista: un’opportunità per costruire cultura sulla città

Richiamo soltanto questo aspetto per mettere in luce l'alchimia racchiusa anche nel più piccolo progetto in cui si stabilisce un patto che, per quanto mi riguarda, vivo sempre anche come un’opportunità per costruire cultura sulla città.

Vorrei sottolineare l'importanza di curare questa relazione, che per me è il collante da cui dipende la qualità complessiva dei nostri tempi e spazi di vita.

Accessibilità e disabilità: riflessioni sull'immaginario e le sue barriere

Connessione tempi - spazi. Corpi - genere - generazioni - culture - città. Città come spazio della cura, che non vuol dire città protesica! Partecipazione degli abitanti alla ricerca per la qualità edilizia e urbana, sono alcuni punti nodali della Cultura dell'Accessibilità.

Temi che attraverso alcune esperienze concrete ho richiamato nella mia comunicazione a "Senza barriere: dalla teoria alla pratica", dove ho riportato anche dei contributi sapienti e originali di persone con delle disabilità che, a partire da sé, parlano di vita indipendente, di autonomia, di peculiarità che derivano anche dall'appartenenza di genere, di case non medicalizzate, di spazi verdi attivi, di consapevolezza del peso che certe scelte progettuali possono avere sulla vita delle persone e di città come luogo di relazione fra le persone3.

Non dico niente di nuovo nell'affermare che niente è neutrale, neanche lo spazio che abitiamo e tutto quello che concorre a renderlo più funzionale alla vita quotidiana (segnaletica, arredi, ecc.). Quello che vorrei evidenziare usando come esempio le immagini per segnalare l'assenza di barriere architettoniche, o uno spazio riservato alle persone con disabilità fisiche, è l'equazione fra ciò che pensiamo e immaginiamo e quello che poi esprimiamo attraverso il nostro progettare e abitare la città. I cartelli con i loro segni, colori e immagini, come i piccoli o grandi progetti riferiti ai diversi aspetti del nostro abitare sono anche delle metafore che esprimono le nostre barriere culturali e il nostro immaginario individuale e collettivo.

FANNY DI CARA immagine 1, 2 e 3

La prima immagine, che porta come didascalia la scritta "Ieri", ritrae la figura di un individuo stilizzato seduto sulla sedia a rotelle, di profilo. Un’immagine piccola nera al centro di un quadrato su sfondo arancione. Ancora utilizzata nel nostro Paese, potremmo definirla di 'prima generazione', rispecchia la marginalità, non solo culturale, in cui sono state confinate le persone con disabilità. Una marginalità che ritroviamo terribilmente espressa in tanti spazi e non solo fra quelli realizzati "Ieri".

La seconda immagine, "Oggi", ritrae ancora la stessa figura di un individuo su sedia a rotelle di profilo, disegnato in bianco su sfondo nero, ma questa volta grande quanto lo stesso quadrato che lo contiene. A livello internazionale informa se uno spazio è accessibile. Riflette il percorso culturale di 'seconda generazione' caratterizzato da una maggiore attenzione alla normativa più recente, ma ancora chiusa nelle misure e negli schemi progettuali riferiti a modelli di utenza disabile genericamente rappresentata dalle persone costrette ad usare la sedia con ruote.

La terza immagine ritrae un individuo di profilo su sedia a rotelle, il corpo dell’uomo seduto e la ruota sono la cornice di un prato verde e un cielo con le nuvole; come se fossero dentro l’essere umano e la sedia a ruote. Si tratta di un’immagine di 'terza generazione' e allude ad una diversa percezione del corpo, che rispecchia la complessità dell'universo che racchiude. Un corpo unico e prezioso anche se malato e/o disabile. Allude alla sua naturalità e alla consapevolezza della sua vulnerabilità.

Questo è un cambiamento da fare, altrimenti continueremo a progettare città dove ci sarà sempre bisogno di cartelli, magari più belli e rivolti anche alle "nuove soggettività emergenti"4, per segnalare se uno spazio è pienamente vivibile alle donne e uomini di ogni età e condizione psico-fisica. E' una trasformazione profonda che ognuno dovrebbe fare a partire da sé.

Il valore dei simboli

In una realtà urbana costellata da una miriade di barriere (sensoriali, architettoniche, urbanistiche, ecc.), i simboli utilizzati per comunicare l’accessibilità di un ambiente, dovrebbero essere usati con maggior cognizione del loro significato e, di conseguenza, con molta cautela.

Il cartello che richiama la persona costretta ad usare la sedia con ruote, per legge, dovrebbe essere esposto su ogni spazio accessibile. E’ un simbolo internazionale che rappresenta le persone che si muovono con difficoltà per delle disabilità, permanenti o temporanee.

Il suo significato è riconosciuto e rispettato come il verde, il giallo e il rosso di un semaforo installato in un qualunque crocicchio del mondo. Indica "accessibilità", che vuol dire piena vivibilità di uno spazio e di tutto quello che concorre a rendere ogni servizio e funzione che esso racchiude fruibile a "chiunque". In sostanza è il "verde" che informa e assicura il "via libera".

Sappiamo che non è sempre così. Ma è solo davanti all’ostacolo che le persone con problemi di mobilità si rendono drammaticamente conto che l’organizzazione degli spazi non salvaguarda "il diritto all'autodeterminazione delle scelte"5.

Sul lavoro di cura, che come ho già accennato impegna in particolare molte donne e che non è rivolto esclusivamente alle persone con problemi di mobilità, ma anche ai bambini, agli adolescenti, agli anziani, gravano le carenze di una città non pensata per essere vissuta ad ogni età e condizione psico-fisica.

Credo di poter dire, senza timore di essere smentita, che buona parte del tempo e di energie dedicate al (o rubate dal) cosiddetto lavoro di cura, è determinato dall’esigenza di dover compensare una miriade di carenze che chiaramente non chiamano in causa soltanto l’organizzazione e la mancanza di qualità degli spazi, ma anche tutto quello che concorre a renderli complessivamente vivibili a "chiunque" (dagli orari alla segnaletica, dalla localizzazione nel tessuto urbano di un determinato servizio ai cittadini, ma anche dall’organizzazione del servizio in sé che non deve trascurare, ad esempio, l’uso di una modulistica accessibile, ecc.).

Insisto sulla connessione fra spazi e lavoro di cura, perché la qualità edilizia e urbana nel suo concorrere a rendere più autonome e indipendenti le persone di ogni età e condizione psico-fisica, riduce considerevolmente i tempi dedicati al lavoro di cura lasciando spazio e tempo (questa volta scelto!) alla relazione fra le persone.

Ritornando all’esempio della segnaletica, sicuramente occorrerà del tempo per usarla in modo corretto. Vale a dire per usarla responsabilmente nell’attesa di poterne fare a meno, via via che si renderà ogni frammento di città permeabile alle esigenze e bisogni dei nostri corpi che si trasformano. La sua qualità funzionale ed estetica ha un ruolo insostituibile e importante, perché oltre a facilitare la vita delle persone, contribuisce a sviluppare e ad alimentare cultura sull’accessibilità.

Integrare alla scala edilizia e urbana i corpi nei diversi tempi della vita

La tendenza a non integrare, negli spazi edilizi e urbani, le peculiarità delle persone di ogni età e condizioni psico-fisiche è ancora piuttosto diffusa, e continua a caratterizzare anche gli interventi che riguardano spazi edilizi e urbani sia di proprietà pubblica sia privata aperti alla generalità delle persone.

Non tutti questi interventi hanno come unico obiettivo l’adeguamento degli spazi alla normativa vigente sull’accessibilità, vale a dire la realizzazione di progetti mirati e circoscritti. Alcuni, infatti, riguardano la trasformazione radicale di "pezzi" significativi di città, ma in queste situazioni è una rarità trovare esempi dove l’intervento è stato colto anche come opportunità per realizzare contesti veramente accessibili ai diversi corpi: bambine e bambini, giovani, adulti, anziani e persone con delle disabilità motorie e/o sensoriali.

Riguardo alle persone con delle disabilità, questa tendenza trova ancora espressione in scelte progettuali che portano a soluzioni separate, spesso non risolte correttamente dal punto di vista funzionale e non curate esteticamente: porta di ingresso per disabile, percorso per disabile, montascale, attrezzature dedicate anche dove non serve, ecc.

Tutte scelte progettuali, queste, che nei regolamenti edilizi e urbanistici dovrebbero far parte delle opere "non ammissibili" nei nuovi interventi, e da valutare caso per caso nell’esistente.

In questi ultimi anni, non mancano segni di cambiamento, ma sono ancora molti gli interventi più recenti dove questa tendenza continua ad esprimere e ad alimentare un’ideologia e un immaginario collettivo che coniuga marginalità con un corpo "non a norma". Ossia con un corpo che non assomiglia allo standard di riferimento: un modello che non ha età, sesso, desideri, esigenze, progetti di vita...

La tendenza a non integrare nel progetto esigenze e bisogni legati semplicemente ai nostri corpi nelle diverse età della vita, riguarda non soltanto le persone con delle disabilità, ma in sostanza "chiunque".

Ho già accennato ad esempio ai bambini, ri-scoperti e inclusi nella lista dei "nuovi soggetti emergenti" per i quali si realizzano anche spazi di eccellenza, ma circoscritta ai soli contesti a loro dedicati. Una qualità quindi non diffusa nella città che i più piccoli e giovani abitano e condividono quotidianamente con gli adulti.

FANNY DI CARA immagine 4: un bambino in un bagno si asciuga le mani ad un asciugamano, di quelli che si trovano in alcuni bagni pubblici. Arrotolati intorno a un perno centrale, sono posti in alto, il bambino si asciuga e mani e l’asciugamano si arrotola di nuovo mentre le mani sgocciolano per terra, vicino ad una bambola appoggiata in basso vicino ai piedi del bambino.

FANNY DI CARA immagine 5: un bambino con una bambola in mano picchia la testa nella cassetta della posta dove si imbucano le lettere, mentre cammina su un marciapiede ed un altro lo segue un po’ più indietro, appena attraversata la strada sulle strisce.

FANNY DI CARA immagine 6: un bambino fa la pipì in piedi su uno sgabello ad un bagno pubblico.

Conclusioni

Credo che investire sulla formazione sia una scelta strategica e il solo modo per sviluppare maggiore consapevolezza sull’accessibilità della città.

Come progettiste e progettisti quale ruolo vogliamo giocare per procedere concretamente e in modo originale verso questo genere di città?

Credo che il nostro fare debba poggiare sulla scelta di far star bene le persone anche attraverso la nostra creatività. Un ingrediente che non dovrebbe mai mancare quando progettiamo o riprogettiamo ogni più piccolo frammento di città.







CULTURA DELL’ACCESSIBILITÀ E INTEGRAZIONE SCOLASTICA

Credo che non si possa parlare di abbattimento delle barriere architettoniche, senza inserire la questione in un quadro più ampio di riflessione teorica e concettuale dell’integrazione scolastica e sociale delle persone portatrici di handicap.

Le scelte epocali sulla questione si hanno:

- negli anni ’70 con l’inserimento nella scuola di tutti gli alunni portatori di handicap;

- negli anni ’80 con l’affermazione del criterio di INTEGRAZIONE, inteso come processo di reciprocità fondato sul riconoscimento del valore delle persone in sé, aldilà dei problemi che pone e delle risorse che occorre rendere disponibili per la loro educazione.

Emerge quindi un concetto di diversità intesa come contributo originale e policromo della società, che sostiene l’affermazione del diritto di tutti all’educazione: tutti devono avere risposte personalizzate rispetto ai propri bisogni e alle proprie capacità. Le scuole e la società non possono limitarsi ad offrire servizi pensando semplicemente ad eliminare le barriere architettoniche, perché il disabile può incontrarne altre, ancora più difficili da superare. Mi riferisco alle barriere psicologiche e sociali, fatte di abitudini culturali e pregiudizi mai modificati.

C’è bisogno di un rinnovamento scolastico e sociale, dove la vera barriera è saper accettare che ogni individuo possa trovare spazio ed esprimere al meglio le proprie potenzialità, qualsiasi esse siano e non mi riferisco solo ai portatori di handicap.

E’ indispensabile promuovere degli input che permettono di:

1- rivedere l’organizzazione settimanale dell’attività scolastica in modo da ottimizzare l’integrazione degli alunni in situazione di handicap o di svantaggio;

2- rivalutare l’esperienza corporea come momento fondamentale per l’apprendimento anche per gli alunni normodotati;

3- riflettere come utilizzare al meglio la professionalità dei docenti di sostegno;

4- realizzare in definitiva un ripensamento globale dell’organizzazione del curricolo anche alla luce del processo di riforma in atto della scuola italiana.

In questa ottica ho portato il mio contributo al corso rivolto non a docenti ma a personale destinato a progettare e a realizzare ambienti idonei all’integrazione dei soggetti disabili. Penso, anche in questo caso, che nuovamente non ci si possa limitare a considerare le barriere architettoniche, ma è indispensabile pensare ambienti dove ci siano spazi multifunzionali, laboratori strutturati con tecnologie specifiche, per rispondere in maniera adeguata ai bisogni educativi profondi dell’alunno disabile. Occorre quindi una mentalità nuova che consideri la persona disabile come una figura indispensabile e integrata in qualsiasi spazio scolastico.

A cura di Tina Centoni, Dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Capannori



Barriere architettoniche: soprattutto un problema culturale?

Mario Satta e Bruna Andruccioli - Associazione Italiana Sclerosi Multipla, Sez. di Lucca

Nella nostra società il disagio e la disabilità sono realtà da assistere e non da compatire. A seguito di un dibattito di vastissime proporzioni anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha di recente rivisto i suoi parametri di valutazione della disabilità partendo da una "nuova" consapevolezza del fatto che la condizione di "handicap" (di "svantaggio") non è un fatto oggettivo che appartiene alla persona disabile bensì una relazione sociale, un rapporto, fra le limitazioni funzionali che le persone vivono e le risposte che la società offre ai loro speciali bisogni.

Da questa impostazione sviluppata dall’OMS deriva che sarebbe più corretto definire le persone con disabilità non "portatori di handicap" ma "ricevitori di handicap" dalla società. Ne deriva anche che la soluzione dei problemi dei disabili richiede azioni sociali e che è responsabilità collettiva della società il dar corso alle modifiche ambientali necessarie per la piena partecipazione dei disabili alla vita sociale in tutte le sue aree.

Nella riflessione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità la disabilità è diventata, in breve, una questione politica, un problema di diritti umani.

Tutti gli argomenti e i problemi di carattere teorico e pratico, le segnalazioni di interesse locale e le sofferenze anche psicologiche di persone a noi vicine acquistano una nuova forma alla luce di queste premesse.

Il fatto è che la situazione cristallizzatasi in decenni di trascuratezza è – qui da noi, in Italia - dal punto di vista dei disabili, peggio che deplorevole. La differenza che ciascuno di noi ha potuto notare viaggiando negli altri Paesi Europei (e non solo) è quasi incredibile.

C’è da aggiungere, purtroppo, che troppo spesso quel poco che si è fatto è fatto male, anche se, non di rado, in buona fede e con buona volontà. Sono continuamente sotto gli occhi dei disabili gli sprechi di risorse che potevano essere utilizzate meglio, gli errori e le omissioni commesse, ormai difficili e costosissime da rimediare.

Le nostre recriminazioni e i nostri appelli, come Associazione impegnata a promuovere i diritti di persone affette da Sclerosi multipla e più in generale, da qualsiasi tipo di disabilità permanente o temporanea, si sono dimostrati nei fatti inefficaci; forse anche perché non si è tenuto conto abbastanza del fatto che - giusto o sbagliato che sia - i tempi di formazione e di elaborazione di una volontà politica di intervento sono lunghi e complessi.

Il nodo centrale della questione è che il problema a monte di quasi tutte le barriere è culturale. Nel senso che va dalla diffusa carenza di sensibilità a livello individuale al mancato riconoscimento generale dell’esigenza di una preparazione tecnica nel campo specifico.

Bisogna porsi come obiettivo, quando si fa formazione a professionisti impegnati nel campo della progettazione, quello di farli riflettere sulla propria mentalità rispetto alla gestione dei problemi di accessibilità: è assolutamente indispensabile, quando pensano degli interventi, che pensino veramente al perché, ai problemi del fruitore, alla finalità basilare dell’azione da intraprendere. In una parola: che lavorino con empatia.

Ci sono numerosissimi esempi concreti e vicini a noi della presenza di barriere culturali, prima ancora che fisiche nell’organizzazione di spazi e ambienti: dal parcheggio disabili tutto contornato da un cordolo di quasi 20 cm che impedisce l’accesso al marciapiedi; agli scivoli di accesso a nuovi marciapiedi costruiti con un gradinetto di 5 centimetri, insignificante per un’automobile ma insormontabile per una sedia a rotelle; al nuovo intervento edilizio che presenta, a pochi metri da un’ineccepibile rampa di salita su un marciapiede, un palo della luce che rende il marciapiede stesso impraticabile ad altri scivoli ben realizzati su nuovi marciapiedi ma decisamente lontani dai preesistenti attraversamenti pedonali e dai varchi d’accesso ai percorsi pavimentati fra le aiuole della piazza (una ricca documentazione fotografica di queste ed altre situazioni simili sul territorio è stata già da noi fornita alle Amministrazioni interessate).

Sono note a tutti le numerosissime barriere "storiche" presenti nella città di Lucca, un po’ meno evidenti, ma anch’essi da segnalare, in tutta la Provincia sono i casi di inadempienza negli edifici pubblici, anche di nuova costruzione o sottoposti a grandi ristrutturazioni, che abbiamo messo in evidenza in un Convegno da noi (AISM) organizzato nel 2003 a Lucca sul tema delle Barriere Architettoniche .

Quello che ci preme sottolineare è che esistono numerosi esempi di carenze progettuali in aperta violazione delle norme e quindi gravissimi in senso assoluto, ma sono altrettanti e non meno importanti i casi di violazione dello spirito delle norme: quando in tema di barriere architettoniche non si tiene presente la necessità di rispettare la logica (che è un altro nome dello lo spirito delle norme) si buttano via, senza alcun costrutto, i soldi pubblici e porre rimedio alle manchevolezze (se non peggio) di progettazione e di realizzazione è sempre molto più oneroso, faticoso e difficile che progettare e costruire fin dall’inizio in modo adeguato.

Il problema del rispetto dello spirito delle norme spinge poi ad altre osservazioni: molto spesso i progettisti, a fronte del problema dell'eliminazione delle barriere architettoniche, rispondono che i loro progetti o le loro strutture sono a "norma", perché prevedono "rampe" e "servizi igienici accessibili". Non è poi raro che le "rampe" superino la massima pendenza consentita e che i servizi igienici siano realizzati secondo norme superate da altre più recenti.

Il fatto è che il tecnico opera in un quadro legislativo dispersivo e troppo vasto: l’eccessiva quantità di leggi, norme e regolamenti crea una situazione talmente fumosa, talmente incomprensibile, anche per gli addetti ai lavori, per cui alla fine queste leggi vengono o non applicate o oggettivamente disattese.

Allora come evitare, come prevenire le violazioni delle norme riguardanti le barriere?

A noi sembra che da quanto si è detto fino ad ora, emerga la vera e propria necessità, nell’interesse di tutti, della presenza di una rappresentanza dei Disabili in un qualche organismo competente a prevenire (e quando il caso a perseguire) le disfunzioni sopra citate.

Lasciamo a quegli Amministratori che hanno raggiunto la consapevolezza di questa necessità collettiva il compito di definire la collocazione e la definizione organizzativa di tale organismo.

Siamo consci delle difficoltà di un’operazione del genere nel nuovo regime in cui vastissimi poteri di autocertificazione sono stati attribuiti agli operatori tecnici in campo edilizio: ma siamo anche molto preoccupati perché, secondo autorevoli pareri, questa operazione potrebbe avere l’effetto indesiderato di scaricare sulla Magistratura ordinaria e/o sugli Ordini Professionali il compito di reprimere - ahimè post factum – omissioni, violazioni e quant’altro nell’ambito della Legge nazionale n°104/92 ("Legge quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate") che, come si ricorderà, prevede sanzioni durissime (fra cui la sospensione dagli Albi Professionali per sei mesi) per i tecnici trasgressori o inadempienti. Naturalmente in tale scenario, dovrebbero essere i singoli disabili (o le loro Associazioni) ad attivare sia la Magistratura che gli Ordini Professionali.

Questo rimane un tema di pulsante attualità che trascende i confini della nostra Provincia e ci porta ancora a riflettere che i rimedi radicali a tutto quanto fino ad ora lamentato potranno essere realizzati solo in presenza di una forte e chiara volontà politica guidata da una profonda sensibilità umana e quindi in presenza di una nuova cultura.

Sappiamo bene che i problemi di carattere culturale possono trovare soluzione in tempi generazionali, però ciascuno di noi può dare il proprio contributo di impegno per avviare e poi sviluppare il necessario processo di cambiamento, sviluppando la propria capacità di empatia, la capacità di mettersi nei panni degli altri.

Citando, infine, il Presidente del Collegio dei Geometri nel suo intervento al citato Convegno dell’AISM del 2003 : "L’eliminazione delle barriere architettoniche è anche, egoisticamente, soggettivamente conveniente: invecchiando, tutti - prima o poi - diventeremo disabili."

Internet: nuove opportunità e nuove barriere per gli utenti

Alessandro Rossetti – Unione Italiana Ciechi

Ad un anno e mezzo dalla pubblicazione della legge Stanca sull’accessibilità dei siti web per le pubbliche amministrazioni, sorgono spontanee alcune riflessioni da fare.

Vista la virtualità del mondo informatico, potrebbe sembrar facile abbattere eventuali ostacoli che, in caso di un deficit sensoriale, possa comunque sfruttare gli altri per poter leggere un sito web, piuttosto che un libro, un giornale, qualsiasi altro tipo di informazione che provenga da un personal computer o da un cellulare.

Purtroppo non è così. A dimostrazione di questo, è servita anche in Italia una legge che scrivesse delle regole, tecniche e di comportamento, per abbattere queste barriere virtuali. Regole che sono contenute nei 22 Requisiti tecnici di accessibilità, allegati alla legge 4 del 9/01 2004.

In realtà, i 22 requisiti tecnici della legge italiana e quelli internazionali scritti dallo stesso consorzio che ha inventato la navigazione web, il World Fide Web Consortium (W3C), da soli non bastano a rendere la vita più facile agli utenti di internet, siano essi disabili o meno.

Intanto cominciamo con l’elenco di alcune barriere di tipo tecnico che hanno poi portato al formarsi di barriere di tipo culturale, se le vogliamo definire in questo modo.

Alla fine degli anni ’90, alcune aziende produttrici di software cominciarono a pensare che scrivere in codice html a mano non fosse semplice per tutti, e in effetti non lo è. Per spingere la maggior parte possibile degli utenti a ritagliarsi un proprio spazio virtuale su internet costruendo il loro sito con quello che più gli piace, servivano dei programmi che in modo veloce e soprattutto grazie al solo impatto visivo , permettessero in pochi minuti e con qualche decina di comandi, di realizzare una pagina web, una raccolta di foto,di filmati e così via.

Nello stesso periodo, i programmi di accesso tramite sintesi vocale o display braille ai sistemi operativi grafici di Microsoft e al web, stavano prendendo la forma che li ha portati fino ad oggi a farsi conoscere e apprezzare da molti non vedenti e ipovedenti nel mondo.

Ottimi risultati là dove era possibile, ma anche molte sconfitte, troppe per dire la verità.

Troppi erano i siti costruiti senza tenere conto dell’importanza del contenuto e della collocazione di quest’ultimo. Troppi erano i siti con codice html sporco, lasciato dai programmi che li generavano ad uso esclusivo dei corrispondenti browser grafici un sito interamente scritto grazie a Microsoft Frontpage 98 o progettato con Publiscer, veniva visualizzato correttamente solo con la giusta versione di Microsoft Internet Explorer, ma non con altri tipi di applicativi e di conseguenza, anche di sistemi operativi per computer.

In fine si assisteva tal volta, ad alcune stravaganze, compiute spesso da chi costruisce siti web in modo professionale. Ad esempio si può ricordare la prima versione di un sito web di una compagnia telefonica di rete fissa appena nata in Italia, che scrisse le sue tariffe all’interno di un rettangolo costituito da una immagine e il cui testo era niente meno che un disegno o una didascalia all’interno della foto, tecnica usata nella realizzazione di mappe sensibili, cosa che un lettore di schermo non può in nessun modo interpretare.

Da questi siti a quelli costituiti interamente da parti grafiche, musica, suoni, figure in movimento e così via, il passo fu brevissimo.

Nacque la tecnologia flash, tecnologia che ci siamo portati dietro fino ai giorni nostri.

Adesso anche il Flash sta intraprendendo la strada dell’accessibilità, ma la strada è ancora lunga e non può tener conto soltanto del fatto che nel frattempo, le linee telefoniche utilizzate per i collegamenti, hanno dovuto gioco forza subire molte trasformazioni, trasformandosi in quelle che oggi sono una gran parte delle connessioni ad internet, cioè in linee adsl, capaci di trasportare quantità di dati fino a 10 volte superiori a quella possibili con un modem analogico.

Queste linee però non sono ovunque, anzi, spesso gli utenti devono fare i conti con centraline non aggiornate, collocate in periferia, laddove le compagnie telefoniche non ritengono necessario rinnovarle.

Ecco quindi un’altra barriera, che a differenza di quelle descritte in precedenza, non ha come sua causa un handicap fisico o sensoriale, ma semplicemente un problema di tecnologia utilizzata.

In questo caso si assiste all’impossibilità da parte dell’utente di comunicare proprio con quel servizio pubblico, che essendo tale per definizione, non dovrebbe fare distinzioni di sorta.

I requisiti del W3C e quelli italiani cercano di porre l’accento anche su questo tipo di problematiche. In che modo? Semplicemente chiedendo di ridurre la quantità di dati che un utente è costretto a scaricare per visualizzare una pagina web.

Questo comporta un modo completamente diverso di lavorare, poiché si cerca di separare l’aspetto grafico di un sito dal suo contenuto testuale.

I fogli di stile infatti, cioè quei file speciali che si preoccupano semplicemente di impaginare il testo, una volta caricati in memoria rimangono in attesa di essere richiamati dalle varie pagine del sito che si sta visitando. In questo modo la quantità di dati da scaricare ogni volta si riduce in modo sensibile, permettendo così anche a chi ha connessioni lente di poter navigare agevolmente.

Inoltre, sfruttandoli in modo corretto si possono creare tutta una serie di accorgimenti che lo screen reader può sfruttare senza per questo modificare l’aspetto della pagina in nessuna parte.

Altro aspetto fondamentale poi, se il sito è di pubblica utilità, è quello della modulistica.

Spesso attualmente vengono adottate 2 soluzioni:

1) Il modulo deve essere scaricato, stampato su carta e compilato manualmente.

Questa modalità non è spesso praticabile, sia per i motivi tecnici detti sopra, sia perché in questo caso una persona con handicap visivo o fisico deve ricorrere all’intervento di altri per poterlo compilare.

2) Il modulo viene compilato direttamente dal sito web.

Questa tecnica è da preferirsi, purché però la maschera formata dai vari campi del modulo, indichi chiaramente su ciascuna etichetta di un campo il dato da inserire e soprattutto che le etichette siano posizionate in modo corretto così da facilitare il compito della sua lettura anche agli screen reader.

3) Spesso viene utilizzata anche un’’altra tecnica per inviare i dati ad una pubblica amministrazione,cioè tramite software proprietario, ma questa, come la prima del resto, deve tener conto della tecnologia utilizzata per accedervi (velocità di connessione, strumenti per la lettura dello schermo o per l’immissione dei dati).

anche questa modalità, basata su software che viene lanciato direttamente da una connessione internet, cioè lato server, non è preferibile perché costringe l’utente, nel caso di connessione analogica, a rimanere collegato per molto tempo fino al completamento del modulo da riempire e in qualche caso, una volta riempito il modulo, fino al trasferimento completo dei dati al server, che nel caso di grandi quantità di dati potrebbe anche non riuscire.

Altri 2 aspetti da considerare sono l’uso delle immagini e l’uso dei colori.

Le prime possono creare problemi ad utenti con nessun residuo visivo, che non sono in grado di interpretarle correttamente se non descritte, specie se sono associate ad un comando o un link o ad un pulsante che fa iniziare qualcosa.

L’esempio che leggerete qui sotto è tratto da un sito a caso, si tratta di quello di una compagnia telefonica mobile che non ha ancora adottato tecniche standard per l’accessibilità.

Questo è ciò che viene letto dallo screen reader per un utente non vedente o ipovedente:

Link img/box_Hot3

Link img/HP_TRE_2004n

image10968

image10969

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Come si vede, questi sono link che a prima vista non portano da nessuna parte, almeno secondo lo screen reader, o meglio, portano a qualcosa, ma non ci è dato di sapere a cosa.

I secondi invece, cioè i colori, come specificato sopra, possono creare non pochi problemi a chi soffre di disturbi visivi come daltonismo o discromatopsia.

In questi casi si potrebbe non riuscire a percepire una parola che fa parte di un link piuttosto che di un testo.

Nel caso di utenti ipovedenti va poi tenuto conto anche del tipo di carattere e della dimensione dello stesso che deve essere modificabile da parte dell’utente, in quanto a priori non si può sapere il grado di deficit visivo che questo presenta.

Questa che abbiamo cercato di fare, è una sintesi semplificata al massimo di ciò che è contenuto nelle linee guida sia italiane che internazionali.

Il problema vero attualmente, non è piu’ dovuto all’applicazione dei requisiti tecnici, ma la conoscenza degli strumenti alternativi all’uso del video o del mouse, da parte dei webmaster.

Mentre sui requisiti tecnici di accessibilità ormai i siti web e le fonti di informazione specializzata cominciano ad essere presenti in numero elevato, difficilmente si riesce a trovare qualcosa che documenti l’uso, il funzionamento e il comportamento di uno screen reader per chi non vede, piuttosto che di dispositivi di inserimento dati che siano diversi dal mouse o dalla tastiera.

Qualcuno ogni tanto scarica una versione dimostrativa del programma e la installa. A fatica riesce a impostarne i parametri base. Poi, una volta che si è reso conto semplicemente del fatto che la sua pagina viene letta abbastanza correttamente, ritiene già a priori di aver realizzato un sito web accessibile.

Ecco che qui entra in gioco un altro aspetto su cui ci sono ancora idee confuse: l’Usabilità di una risorsa.

Un sito accessibile, spesso, dopo numerose prove fatte da soggetti diversi, può rivelarsi non usabile per tanti motivi. Il primo di questi può essere trovato in una disorganizzazione delle informazioni contenute.

Spesso ci troviamo davanti a pagine iniziali di siti di pubblici servizi o di pubbliche amministrazioni con qualcosa come 150/200 link e magari qualche sotto sezione con altrettanti link da poter visitare.

Poiché uno screen reader legge la pagina in sequenza dall’alto verso il basso e da sinistra a destra per definizione, è facile che di fronte a pagine di questo tipo un utente un po’ meno smaliziato e che non conosce comandi avanzati possa perdersi.

Provate ad immaginare un incrocio con 200 cartelli che indicano le varie direzioni e le località più di sparate con tanto di chilometri mancanti. Informazione completa, d’accordo, ma forse… non usabile.

La struttura cosiddetta ad "Albero" è un buon modo di organizzare le informazioni. Una homepage con 50 link potrebbe già essere oltre un limite soggettivo consentito, anche perché si tratta poi di informazioni che l’utente deve comunque memorizzare prima di poter scegliere.

Una buona organizzazione però, da già l’idea di un buon servizio fornito ai cittadini. Ad esempio possiamo raggruppare le notizie nel ramo "news", i contatti in un ramo "contatti", la modulisticha in un altro ramo, e così via, magari seguendo anche una certa logica di importanza, che l’utente può apprendere con facilità.

Purtroppo però anche questi accorgimenti spesso sono ancora disattesi, proprio per la mancanza di informazione specifica sugli ausili per l’uso del computer, che rimangono appannaggio di chi è costretto ad usarli e pochi altri.

Ci auspichiamo quindi che queste lacune vengano colmate al più presto, in modo da semplificare più possibile, la realizzazione di servizi sempre più semplici e immediati per tutti.





Esperienze toscane nel campo della realizzazione dei piani di abbattimento delle barriere architettoniche.

Luca Marzi

In molti modi è stata definita la qualità della vita che ogni città restituisce ai propri utenti, certamente la capacità di ospitare domande differenti della più allargata scala di utenza è una delle è una delle "cartine di tornasole" mediante la quale si può misurare uno dei fattori che costituiscono il grado d’ospitalità dello spazio urbano. Possiamo affermare che, quanto più uno spazio urbano è in grado di rendere facilmente accessibile la propria rete complessa d’elementi, tanto più questo è capace di garantire un’alta qualità della vita. Ne deriva che necessariamente, chi affronta in termini progettuali i temi relativi all’accessibilità urbana, per poter mirare all’obbiettivo di creare uno spazio associato e quindi fruibile in sicurezza, deve partire da una visione pluriesigenziale e quindi multiprestazionale.

In questa chiave, le amministrazioni pubbliche, tra i vari strumenti di pianificazione e controllo nel campo del "cosiddetto abbattimento delle barriere architettoniche ", fin dal 1986, possiedono un "appiglio" legislativo in grado di strutturare una "risposta progettuale coordinata". Intendendo per progetto, un complesso sistema informativo, che assume una scala pianificatoria, in grado di definire i processi articolati, capaci di sviluppare le indicazioni necessarie sia alla risoluzione dei problemi esistenti, che alla definizione dei parametri occorrenti a garantire qualità nelle nuove realizzazioni.

La legislazione nazionale ha trovato, nei vari casi regionali, ulteriori sviluppi e approfondimenti, indicando strategie e applicazioni differenti da casi a casi ma concordando sempre nella necessità di adottare uno strumento pianificatorio come strategia generale d’intervento. Lo sviluppo delle tematiche, la redefinizione del concetto di disabilità e di conseguenza di barriera architettonica, ha fatto sì che negli ultimi anni si sia sviluppata tutta una serie d’iniziative inerenti l’organizzazione dei piani d’abbattimento delle barriere architettoniche (p.e.b.a.). In questo senso l’iter della Regione Toscana lo possiamo considerare esemplificativo della condizione italiana.

Il legislatore regionale, partendo da strumenti definiti ad hoc, ha via-via redatto una serie di azioni, che si sono adattate alla legislazione che riguarda l’intero insieme del patrimonio edilizio, sistematizzando i p.e.b.a. dentro la più complessa macchina della pianificazione territoriale, inserendo nuovi concetti come le barriere urbanistiche, e prevedendo l’introduzione degli strumenti realizzati nel regolamento urbanistico Comunale.

In questo quadro normativo, Il piano d’abbattimento delle barriere architettoniche, diviene uno strumento necessario nel governare la complessità dei dati necessari alla predisposizione di un programma sistematico degli interventi. Complessità dettata, secondo una visione olistica, non solo dalla quantità di elementi che compongono il problema, ma anche dalla correlazione che i vari fattori possono avere tra di loro.

Il processo di realizzazione dei p.e.b.a.

Attraverso l’esperienza maturata nella formazione dei p.e.b.a. realizzati per le città di Arezzo, Pisa e Viareggio, e dagli studi per il monitoraggio dell’ accessibilità per le città di Prato e Firenze, andiamo a descrivere il layout del processo attuativo dei p.e.b.a. Processo che si sviluppa secondo uno schema progettuale, con andamento circolare, suddiviso in cinque fasi principali, sostanzialmente consequenziali, che, partendo dalle azioni preliminari, arriva alla definizione delle tipologie e priorità degli interventi.

La prima fase del processo riguarda l’organizzazione di tutte le fasi preliminari, di contestualizzazione e strutturazione degli step necessari alla redazione del piano, il gruppo di lavoro individua i referenti interni all’amministrazione direttamente interessati dallo sviluppo delle attività e si individuano l’area di rilievo e monitoraggio. Questa fase deve tener conto di tutte quelle peculiarità che ogni spazio urbano e relativa amministrazione possiedono, il "genius loci" che la variegata tipologia delle città detiene. Varietà che non riguarda solo lo spazio, le forme e i materiali ma anche l’organizzazione amministrativa e le associazioni direttamente interessate.

Il gruppo che si compone intorno al progettista del piano, è composto sia da tecnici, interni ed esterni all’amministrazione, che dai validatori e rilevatori, provenienti dalle associazioni coinvolte, che fungono da "stakeholder" privilegiati, per l’intero sviluppo del processo.

L’individuazione delle zone deve tener conto proprio di quelle componenti che determinano le cosiddette barriere urbanistiche. Identificando i percorsi connettivi, che ricollegano i poli ed i nodi di particolare rilevanza. Riassumendo, le azioni di questa fase sono caratterizzate dalla definizione del "progetto", il tutto con l’obbiettivo di raccogliere notizie generali sugli spazi edilizi e urbani e sul loro contesto funzionale e prestazionale.

La seconda e terza fase si concentra sulle fasi di lettura e rilievo definendo a conclusione i "pre-requisiti" di accessibilità. Una volta definite delle zone urbane da rilevare, o meglio, quelle da cui iniziare l’azione di monitoraggio, ci si addentra nelle fasi di lettura e di rilievo degli spazi (vedi fig.4). L’esperienza maturata, nella metodologia di analisi, sin dall’ primo esempio realizzato per la città di Arezzo, ha strutturato una forma di lettura basata sull’analisi della continuità dello spazio, verificando i "termini negati del racconto della città" . Intendendo, per spazio "l'insieme degli edifici e degli spazi architettonici ed urbanistici con le relative infrastrutture, compresi i mezzi di trasporto pubblico, in cui si svolgono attività legate alla vita di relazione", e per analisi "la scomposizione degli elementi che compongono il quadro dei fattori ambientali".

Idealizzando la città come un continuum tra spazi aperti, (strade e piazze), e spazi chiusi (edifici pubblici e privati aperti al pubblico), l’azione del gruppo di rilievo, si è concentrata sulla ricerca di tutte le discrasie che si evidenziano nell’esame di questa ideale continuità dell’accessibilità in sicurezza, verificando funzionalmente il "microclima urbano" d’afferenza.

L’analisi dell’accessibilità e fruibilità sia dei percorsi che degli edifici è stata realizzata definendo una serie di supporti capaci di contenere le informazioni raccolte secondo 3 gruppi di informazioni principali, le tipologie, le facilitazioni e i conflitti uomo ambiente. La lettura così ha assunto la connotazione del Rilievo Ambientale, ovvero di una metodologia di raccolta dati, in grado di sviluppare conoscenza relativamente al rapporto utente-oggetto. Così, accanto alla lettura delle canoniche barriere architettoniche, è stata verificata l’esistenza delle barriere d’uso e di tutto quel patrimonio di informazioni necessarie a muoversi e utilizzare le componenti dello spazio antropizzato.

Nella quarta fase, sulla base dei dati scaturiti dal momento conoscitivo, si inizia a valutare le strutture e percorsi rilevati e, a conclusione, si procede con la redazione della mappa dell’accessibilità. Al fine di riunificare le informazioni secondo un comune metodo di giudizio, nella fase di stima dell’accessibilità, sono stati coinvolti sia i rilevatori che i valutatori. Questi, partendo dalle specifiche normative, analizzano le componenti rilevate secondo la sovrapposizione degli effetti. Valutando, nel quadro esigenziale di riferimento, le condizioni rilevate, ponendo, in fase di classificazione, soprattutto l’attenzione sulle classi della sicurezza del benessere e della fruibilità.

La necessità di riunificare i dati raccolti, in supporti in grado di contenere la loro eterogeneità (rilievi metrici, fotografici, filmati e annotazioni testuali), hanno reso necessario l’utilizzo di "database relazionali" opportunamente calibrati sulle caratteristiche di ogni amministrazione. In questo senso, nella fase preliminare del piano, quella esplorativa, è necessario individuare i metodi di gestione del progetto utilizzati dall’amministrazione interessata. Appoggiandosi, ai loro metodi informatizzati di gestione del territorio. L’intento è quello di poter contestualizzare il rilievo dentro il "pool management" che gestisce le informazioni dei vari settori funzionali dell’amministrazione coinvolti, implementando le "banche dati locali" ( di solito Gis gestiti dai vari SiT) e allargando, così, il contesto dei fruitori delle informazioni.

La stessa legislazione regionale toscana prevede che, una delle funzioni della mappa dell’accessibilità, sia l’azione di: "…monitorare il fenomeno … per la verifica dei risultati degli interventi realizzati" . Realizzare contenitori informativi aggiornabili, risulta per cui uno dei requisiti necessari ad adempiere alla legislazione di riferimento, facilitando l’opera, a vasta scala, di analisi "epidemiologica" del fenomeno.

La redazione della mappa dell’accessibilità, riassume cosi i dati raccolti, legandoli ad una classificazione sintetica. Definendo così una fotografia della situazione, legata strettamente, al momento della sua realizzazione. Sul criterio di classificazione dell’accessibilità, necessariamente riduttivo rispetto a tutte le particolarità di profili d’utenza possibili, è stato affinato un metodo di catalogazione che utilizzasse due categorie paradigmatiche dei problemi delle persone con deficit motori e sensoriali. In particolare "..la persona paraplegica che si muove su sedia a ruote manuale, come rappresentativa delle persone con problemi motori e la persona cieca che utilizza il bastone lungo secondo le tecniche d’uso specifiche impartite nei corsi di Orientamento e Mobilità.", introducendo nella valutazione, l’apporto di un accompagnatore che svolge l’opera di mediatore tra l’ambiente e l’utente. Accompagnatore presente nella fase di rilievo, che testa, sul campo la necessità della sua presenza. Sono così state redatte scale di classificazione che vanno dalla piena accessibilità in autonomia, passando all’utilizzo di un assistente, per finire, a quella con difficoltà anche in presenza di accompagnatori esperti.

Nella quinta ed ultima fase di elaborazione dei p.e.b.a., si realizzano i supporti necessari all’amministrazione per pianificare le opere da realizzare in un ottica che tenga conto della continuità e funzionalità di un sistema integrato di offerte di spazi accessibili.

Partendo dalla cifra che ogni amministrazione prevede di accantonare, per il superamento delle condizioni rilevate, parametrizzando gli interventi sulle stime dei costi di massima, si struttura un programma d’intervento per aree territoriali omogenee. Prevedendo così azioni di bonifica, in grado di garantire tratti omogenei di spazi urbani accessibili, ricollegando la rete degli interventi ai principali snodi di mobilità quali stazioni parcheggi ed aree con alta vocalità pubblica. Questi piani operativi a lungo raggio, di solito con elaborazione triennale o quinquennale, sono accompagnati da un elenco di priorità rispetto al rapporto tra il costo e il beneficio. Analizzando particolarmente i "microproblemi" che molte volte interrompano interi tratti fruibili, se non pienamente in autonomia quantomeno con l’ausilio di accompagnatori. Ne risulta cosi, che il primo stralcio di interventi localizzati riguarda una serie di opere puntiformi, sparse per l’agglomerato urbano. Interventi in grado di sanare situazioni, spesso sotto il profilo della sicurezza, particolarmente critiche, e contemporaneamente, di settare le soluzioni previste per i progetti a larga scala, realizzando una pre-azione di verifica delle soluzioni pianificate.

A conclusione di questo riscontro oggettivo, si inseriscono i risultati all’interno dei regolamenti urbanistici, adottando le indicazioni nei propri strumenti di gestione del territorio. Questa azione, include il piano nell’organicità della pianificazione a cascata della regione. Questo punto, ad oggi, in attesa del regolamento di attuazione della legge toscana fondamentale nel campo dell’edilizia, risulta abbastanza lacunoso. In mancanza di una definizione esaustiva di forme e procedimenti d’attuazione dei regolamenti urbanistici, il procedimento ha "semplicemente" il carattere di pubblicazione delle informazioni raccolte nella stesura del p.e.b.a.

Le informazioni, gli elaborati, prodotti dal programma, producono know- how per due sotto fasi. I progetti preliminari, necessari ad avviare l’iter amministrativo in relazione agli affidamenti dei vari lotti funzionali del piano d’abbattimento, e la realizzazione di sistemi d’informazione dedicati. Partendo dai dati scaturiti dall’azione di monitoraggio, attraverso opportuni progetti di comunicazione, è possibile realizzare strumenti informativi che fungono da primo ausilio conoscitivo sulle condizioni delle città. Ausilio che permette la scelta aprioristica di cosa e come fare per accedere alla rete di luoghi, occasioni e funzioni che caratterizzano i nostri speciali "corpi urbani".

Conclusioni

Come abbiamo visto, il piano d’abbattimento delle barriere architettoniche è uno strumento metaprogettuale, necessario ad avviare procedure coordinate, per eseguire gli interventi di "attenuazione" dei conflitti uomo-ambiente. E’ quindi il preludio, la base, sulla quale iniziare tutte quelle azioni di "design urbano" che mirano ad interventi più o meno dedicati. La metodologia illustrata, ha proprio come obbiettivo generale, quello di produrre conoscenza al fine di poter iniziare concretamente le azioni di progettazione in grado di mirare all’innalzamento della qualità della rete di servizi, tempi e occasioni che la città offre, partendo dalle necessità di chi maggiormente richiede attenzioni, per giungere a definire risposte, capaci di garantire il quadro associante a cui mira una città solidale e quindi accessibile.

Secondo questa visione, il piano è così strumento, trasversale, di analisi e verifica, necessario per alfabetizzare, utenti e gestori della città ad una cultura dell’accessibilità.

Cultura sempre più necessaria per una città moderna nell’ aspetto più allargato del termine.





Lo stato dell’arte in toscana tra norme e finanziamenti

Giovanni Pasqualetti, Regione Toscana

L'Unione Europea, proclamando il 2003 "Anno Europeo delle Persone con Disabilità", ha attivato un processo teso a diffondere in tutta Europa la conoscenza dei "diritti" di oltre 40 milioni di cittadini disabili (uno ogni dieci).

La Regione Toscana, da sempre impegnata sul tema dei diritti di cittadinanza e delle pari opportunità, ha raccolto l'invito dell'Unione Europea attivando impegni concreti quali la modifica della LR 47/91 e l’attivazione di iniziative all’interno Piano Integrato Sociale Regionale 2002-2004. Inoltre è stato costituito in ambito regionale un gruppo di lavoro interdipartimentale per normare in ambito regionale la materia relativa all’abbattimento delle barriere architettoniche.

La modifica della legge regionale 47/1991 è stata determinata dalla necessità di correggere il procedimento di concessione dei contributi diretti a favorire l’eliminazione delle barriere architettoniche originariamente previsto dalla legge nazionale 9 gennaio 1989, n. 13.

Ed in effetti si rileva, che, dal punto di vista legislativo, il procedimento previsto dagli articoli 8, 9, 10, 11 e 12 della legge 13/1989 sia risultato molto farraginoso.

Infatti la L 13/91 prevede una serie di passaggi tra Comuni, Regione e Stato, solo a seguito dei quali lo Stato ripartisce il "fondo nazionale speciale per l’eliminazione delle barriere architettoniche".

Di fatto, tale procedimento non ha mai funzionato a causa della sua complessità. Con la modifica della Legge regionale sono state introdotte due importanti novità:

l’istituzione di sistema di contributi erogati direttamente dalla Regione al fine di favorire l’eliminazione delle barriere architettoniche nelle civili abitazioni dove siano residenti persone disabili;

l’attribuzione delle competenze inerenti al procedimento di concessione dei contributi diretti a favorire l’eliminazione delle barriere architettoniche ai Comuni, titolari di tutte le funzioni in materia socio – assistenziale.

Nel PISR 2002-2004 sono stati finanziati 30 progetti per nuova costruzione, ampliamento e riqualificazione di strutture residenziali e semi-residenziali finalizzate all’accoglienza e alla socializzazione e allo sviluppo della vita di relazione delle persone disabili; sono stati finanziati 51 progetti di abbattimento di barriere architettoniche in strutture pubbliche per un importo di 1.412.500 Euro. è stata individuata una specifica azione progettuale denominata "Sport per tutti e diverse abilità", con uno specifico finanziamento, finalizzata a sostenere i progetti per la promozione di iniziative volte all’utilizzo dello strumento sportivo e motorio per l’accrescimento delle relazioni sociali tra persone con diverse abilità, con l’obiettivo di un percorso di sviluppo della persona nel rispetto dei limiti individuali, anche attraverso la formazione specialistica di operatori.

Nell’anno 2004, in applicazione della legge 66/2003 di modifica della legge 47/1991, si è provveduto ad approvare e liquidare le graduatorie delle domande presentate da persone disabili con invalidità totale e non deambulanti e da persone disabili con invalidità parziale dal 1989 al 1/3/2003.

Nello specifico:

è stata approvata e liquidata la Graduatoria "A" per un importo di Euro 3.936.094,67;

è stata approvata la graduatoria "B" per un importo di Euro 3.718.541,16;

sono stati liquidati sulla Graduatoria "B" contributi pari a Euro 961.342,15; Rimangono da liquidare sulla graduatoria "B" contributi pari a Euro 2.857.199,01.

Ancora, nel 2004 è stato elaborato il regolamento attuativo della nuova L.R. 47/91 che è stato promulgato con Decreto del Presidente della Giunta regionale 3.01.05 n. 11/R; conseguentemente è stato proposto ai Comuni uno schema di domanda al fine di omogeneizzare e facilitare la formazione delle graduatorie locali.

Parallelamente a queste azioni, sempre nell’anno 2004, rilevata l’opportunità di diffondere informazioni tecnico normative sul tema dell’accessibilità e della progettazione tesa alla creazione di ambienti ed attrezzature ad ampio spettro di utilizzabilità per le persone disabili, si è dato inizio ad una sperimentazione di interventi formativi di sensibilizzazione sulle problematiche della progettazione per l’accessibilità e la fruibilità di ambienti ed attrezzature da parte delle persone disabili;sono stati attivati momenti di aggiornamento rivolto al personale tecnico degli enti territoriali che intervengono direttamente nei processi di trasformazione degli habitat con il ruolo di progettista e/o validatore, affrontando i complessi problemi relativi alla fruibilità di ambienti ed attrezzature da parte dei profili di utenza diversi.

Con l’attuazione del PISR per l’anno 2005 viene inserita per la prima volta la ripartizione dei finanziamenti relativi all’abbattimento delle barriere architettoniche nelle civili abitazioni, ai sensi dell’art. 4 c. 2 della L.R. 47/91 del relativo Regolamento di attuazione 11/R del 3/1/2005 per le domande presentate dal 2/3/2003 al 31/12/2004 e per un importo complessivo di Euro 2.000.000,00.

Alla data del 22/04/2005 i Comuni che avevano deciso di attivare la gestione associata risultavano essere 154; 24 le Gestioni associate e gli Enti responsabili delle gestioni medesime sono: 11 Comunità Montane, 11 Comuni e 2 Circondari; 133 sono i Comuni che gestiscono singolarmente la materia.

Ancora: con l’attuazione del PISR per l’anno 2005, nel Piano Pluriennale Investimenti sono finanziati 70 progetti di abbattimento di barriere architettoniche all’interno di uffici pubblici, scuole e impianti sportivi e risistemate aree verdi e spazi ricreativi per un importo di Euro 2.280.000,00.

Gli Enti che hanno richiesto questo tipo di interventi hanno concordato con la Regione Toscana che l’erogazione delle quote di finanziamento, oltre la quota di anticipo, siano condizionate all’approvazione del Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche ed a seguito di una ricognizione – curata dalla Zona Sociosanitaria – circa l’effettiva consistenza e l’eventuale impiego dei fondi accantonati ai sensi della LR 47/91. E’ stata decisa la prosecuzione della sperimentazione di aggiornamento convinti che la sensibilizzazione pubblica è indispensabile per sostenere le misure legislative necessarie, per aumentare la comprensione dei bisogni e dei diritti delle persone disabili nella società e per lottare contro i pregiudizi e la stigmatizzazione che esistono ancora oggi.

La ricognizione effettuata sull’applicazione dell’art. 9 della L.R. 47/91 poneva i seguenti quesiti:

è stato realizzato o predisposto il Piano di Abbattimento barriere architettoniche (P.E.B.A.)?

se sia stato destinato il 10% degli introiti annuali derivanti dalle concessioni edilizie di cui all’art. 3 della L. 20.01.1977, n. 10, in attuazione della L.R. 41/1993, art. 7 (utilizzo degli oneri di urbanizzazione) e della L.R. 47/91, art. 9 ?

Le risposte sono state 146 su 283

Si può ritenere che una parte dei Comuni che non anno fatto pervenire i dati richiesti non siano ancora sufficientemente strutturati per rispondere nei modi e nei tempi richiesti dal monitoraggio effettuato dalla regione. A titolo di esempio, da un successivo sollecito telefonico, è emerso che in diversi casi l’e-mail inviata per vari motivi, per lo più tecnici, non era stata letta.

In altri casi si può supporre che i Comuni possono essere stati intimoriti dall’impegno preso nell’accordo di programma sopra citato, ragione per cui hanno preferito non rispondere ed attendere l’evolversi degli eventi anziché rischiare di perdere il finanziamento dei progetti presentati alla Regione.

Le risposte hanno dato i seguenti risultati.

N. 71 Comuni accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria;

N. 45 Comuni hanno il PEBA; su questi è stata riscontrata la seguente variabilità nelle risposte:

N. 27 accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria

N. 18 NON accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria

N. 17 che dichiarano che il PEBA è nella 1° fase (9 accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria, 4 NON accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria e 4 NON indicano se accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria)

N. 1 Comune ha formalizzato un incarico ma NON accantona il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria

N. 1 Comune dichiara di avere un Programma ma NON accantona il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria

N. 1 Comune ha formalizzato un incarico, accantona il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria, ma non dichiara niente circa il PEBA

N. 1 Comune ha formalizzato un piano O.P., accantona il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria, ma dichiara di non avere il PEBA

N. 2 Comuni hanno un piano di indirizzo, accantonano il 10% degli oneri di urbanizzazione primaria, ma dichiarano di non avere il PEBA

Questi risultati rafforzano la convinzione di sostenere una campagna di sensibilizzazione, monitoraggio e accompagnamento degli Enti Locali al fine di rendere il territorio Toscano fruibile all’intera cittadinanza; pertanto le azioni che devono essere previste nella prossima programmazione riguarderanno le seguenti tipologie di intervento:

Emanazione di apposite linee guida, individuando altresì i criteri per la definizione di indicatori e parametri volti a garantire un sistema omogeneo e continuo di informazioni e conoscenze relative all'ambiente costruito, idonei a favorire il processo di programmazione sul territorio indicando le forme di compatibilità e fattibilità, con particolare riferimento alle zone caratterizzate da forme di degrado insediativo urbano e territoriale in rapporto agli indirizzi forniti dalla normativa in materia di recupero e qualificazione dei sistemi insediativi, che consentano agli Osservatori Sociali Provinciali il monitoraggio del fenomeno.

Costituzione di un tavolo regionale per garantire l'attuazione dei programmi comunali di intervento per l'abbattimento delle barriere architettoniche di cui all'art. 9 della L. R. 47/91, che veda coinvolte le strutture regionali competenti ed i Comuni toscani che hanno già realizzato suddetti programmi o che abbiano iniziato lo studio di fattibilità.

Implementazione dell’iniziativa di sperimentazione di corsi di aggiornamento rivolti al personale tecnico degli enti territoriali che intervengono direttamente nei processi di trasformazione degli habitat con il ruolo di progettista e/o validatore, affrontando i complessi problemi relativi alla fruibilità di ambienti ed attrezzature da parte di profili di utenza diversi.

Qualità e sicurezza negli spazi pubblici

Roberto Pierini

Lo spazio pubblico, aperto o coperto, (strade, piazze, stazioni, palacongressi, fiere, ecc) è nato come spazio di integrazione di quello privato, proprio dell’ambito della comunità familiare, con funzioni inerenti le relazioni fra gli uomini riuniti in comunità; dunque sullo spazio pubblico si esplicano i rapporti fra le persone singole o raggruppate per: religione, associazioni, partiti, sindacati, categorie ecc. Questo spazio nelle diverse culture del mondo ha assunto caratteristiche, forme e dimensioni dettate dagli usi e dalle consuetudini cui tali luoghi sono stati di volta in volta destinati, avendo comunque sempre come riferimento costitutivo l’uomo nella sua rappresentazione sociale. Il principio che caratterizza questi spazi è dunque di agevolare una consistente comunicazione fra le persone, a questo proposito il grande urbanista Giovanni Michelucci spesso era solito sottolineare come nell’ideazione di una piazza, da parte di un buon progettista, era opportuno che non si superasse la dimensione che permette a due persone, poste all’estremità della stessa, di riconoscersi dai tratti del volto. Si può dunque affermare che la percezione visiva rappresenta il più importante dei sensi con cui le persone istituiscono rapporti con lo spazio che le circonda, quindi la forma, le dimensioni, le architetture, percepite inducono nell’uomo sensazioni e emozioni importanti. In realtà tutti i sensi umani concorrono nel loro insieme a darci un’immagine dello spazio che ci circonda ed a farcene una propria rappresentazione statica e cinetica. Il movimento è un altro elemento importante per stabilire il rapporto con l’ambiente, ad esempio nel caso dei non vedenti questo aspetto assume particolare risalto. Le sensazioni che noi proviamo trasmettono al nostro cervello immagini dello spazio cui abbiamo avuto cognizione e le sistematizzano con una propria logica, si può definire ciò una specie di rappresentazione personale. Ad esempio è normale che ciascuno degli abitanti di una città siano in grado di ricostruire una propria personale mappa virtuale della città costituita da elementi di riferimento: chiesa, palazzo, monumento, fermata bus, ecc. ma anche di luoghi caratterizzati da suoni ed odori ad essi conosciuti e da percorsi che li collegano. In questo stesso contesto si inseriscono le relazioni interpersonali, sulle quali lo spazio vissuto ha un peso determinante. Si definisce spazio vissuto l’insieme dei luoghi che si frequentano abitualmente o meno, ovvero degli spazi a cui è attribuito un significato da più persone ad esempio: un giardino, un bar, una piazza, una strada, un monumento, un cinema, ecc. e dalle loro caratteristiche quali: confort urbano, facilità di spostamento, sicurezza personale, caratteri delle architetture, presenza di servizi, ecc, ovvero coò che gli inglesi definiscono urban facilities, cioè opportunità e elementi materiali o immateriali capaci appunto di indurre percezioni ed emozioni determinanti sulla qualità della vita pubblica delle persone. Purtroppo nel secolo scorso, a seguito della grande diffusione della motorizzazione autoveicolare, lo spazio pubblico è stato invaso dalle auto private che ne sono divenute assolute protagoniste modificandone il significato originario. Questa situazione, dopo gli anni cinquanta, ha determinato un serio problema di sicurezza per i pedoni e i ciclisti sia nelle strade che nelle piazze delle città storiche.

Fig. n°1 Tragedia familiare sulla strada

Peraltro l’opportunità di spostarsi individualmente e velocemente nello spazio urbano, che è stata una importante conquista sociale e di libertà dell’uomo del novecento ha avuto come conseguenza l’aumento esponenziale dei mezzi motorizzati privati in circolazione sulle strade cittadine che quasi sempre si sono dimostrate inadatte a supportare tali volumi di traffico. Da qui è nato il problema della sicurezza sulle strade e le ricerche per affrontare questo aspetto si sono orientate quasi sempre verso la separazione, più o meno rigida, dei percorsi e degli spazi pubblici destinati ai diversi tipi di utenti: automobilisti, ciclisti e pedoni.

Fig. n° 2 La gerarchizzazione dei percorsi schematizzata da Le Corbusier nella teoria delle sette vie, qui si evidenzia per il settore urbano del progetto della città di Chandigarh

Inoltre lo sviluppo della mobilità ha incoraggiato lo studio e l’applicazione di tecniche settoriali mirate all’efficienza del sistema di trasporto per risolvere od a alleviare i problemi della congestione dei veicoli che si stava aggravando; di qui sono scaturite una serie di disposizioni e regolazioni basate spesso su ricerche e innovazioni tecnologiche tese a disciplinare e/o regolamentare il traffico quali semafori telecomandati, rilevatori di flussi ecc, nonché le ricerche tese a migliorare l’affidabilità e la sicurezza dei mezzi stessi come i crash test che hanno prodotto cinture di sicurezza, poggiatesta, barre di protezione, air bag ecc. Questo modo di procedere settoriale ha prodotto a lungo andare anche una sorta di circolarità negativa poiché man a mano che si sono migliorate le infrastrutture stradali e ridotto le situazioni di congestione, la diminuzione dei tempi di viaggio che ne è conseguita ha indotto un ulteriore aumento dei volumi di traffico stesso con ritorno alla situazione precedente. Le rilevazioni statistiche sul traffico hanno evidenziato infatti che in situazioni di diminuzione di congestione, su determinati itinerari, la tendenza degli automobilisti nel breve periodo è quella di approfittare di questa situazione per aumentare il numero di chilometri percorsi; tuttavia così facendo si è giunti a un grado di saturazione tale che da circa trenta anni a questa parte il traffico veicolare ha provocato sulle strade urbane un grave inquinamento ambientale da gas di scarico e da rumore oltre ovviamente ad un notevole peggioramento del livello di servizio e quindi della relativa accessibilità. Soprattutto nei centri storici, per ritornare a livelli di vivibilità accettabili, si è dovuti spesso ricorrere alla limitazione della presenza veicolare privata: zone pedonali, zone ad accessibilità limitata, woonerf, ecc.

Tuttavia la sicurezza rappresenta ancora, una delle prime questioni da affrontare nel processo di pianificazione del traffico e, più in generale, si può ritenere che costituisca un aspetto rilevante per la gestione della qualità degli spazi pubblici o di uso pubblico. Questa premessa si conclude affermando che nella definizione di qualità degli spazi pubblici rientra in realtà una serie assai ampia ed articolata di questioni legate alla struttura ed al funzionamento della città: lo stato e la qualità delle strutture pedonali (standard geometrici, barriere architettoniche, pavimentazioni, elementi di arredo, verde urbano), l’equilibrato uso degli spazi (in particolare quelli legati alla sosta di auto, ciclomotori e biciclette, oltre che ai conflitti tra utenti meccanizzati e non), la pulizia, l’illuminazione, la sicurezza personale nella frequentazione dei luoghi pubblici. In altri termini un ambiente urbano per essere definito di buona qualità da parte dei cittadini deve presentare le seguenti opportunità:

1. aumentare le possibilità di mobilità autonoma sicura per le categorie più svantaggiate (disabili, anziani e bambini);

2. aiutare il ritorno a modelli di mobilità virtuosa con conseguente positiva riduzione della domanda di trasporto automobilistico, in contrapposizione a un ambiente urbano dequalificato, inquinato e poco accessibile all’auto che spinge alla frequentazione di luoghi più accessibili, come gli ipermercati e i grandi centri commerciali, che minano la coesione sociale e favoriscono la dispersione dei cittadini e della residenza;

3. compensare con l’uso di una buona organizzazione degli spazi urbani e quindi con il recupero di attrattività culturale e sociale la riduzione di accessibilità autoveicolare.

4. innovare e valorizzare la comunicazione sociale fra i cittadini agendo sui servizi e sull’ambiente;

5. garantire una affidabile e diffusa accessibilità con i mezzi pubblici e con i mezzi alternativi;

6. contribuire a valorizzare il patrimonio delle risorse storico architettoniche e culturali proprie di ogni città o paese;

L’importanza di quest’ultimo aspetto è sottolineata dal fatto che in esso si compongono orizzontalmente moltissime delle criticità evidenziate sotto altri punti di vista: si pensi alla questione delle barriere architettoniche ed alla difesa della pedonalità; alla disciplina della circolazione e sosta dei veicoli, sempre fortemente influenzata dalla buona o cattiva organizzazione dello spazio e dalla qualità del suo disegno; alla sicurezza nell’uso delle strade, in particolare da parte degli utenti deboli che può essere significativamente migliorata sia adeguando la qualità delle infrastrutture ad essi dedicate, sia associando agli interventi di riqualificazione l’introduzione delle tecniche di moderazione che sono oggi messe in atto dalla maggioranza delle città europee.



Pedoni sicuri.

E’ un tema assai vasto che, come si accennava, ha avuto nella separazione degli spostamenti pedonali e motorizzati il punto di svolta. L’esperienza delle città nuove britanniche è stata significativa nel dimostrare che i può organizzare la città secondo regole di spostamento ben precise, ma soprattutto che il tema della mobilità è strettamente connesso a quello dell’uso del suolo e che non si può affrontare l’uno senza automaticamente avere riflessi e condizionamenti sull’altro. L’organizzazione dell’unità di vicinato tesa a eliminare le interferenze fra percorsi pedonali e percorsi motorizzati è stato un modello cui si sono ispirati molti altri paesi europei.



Fig. n°3 Il modello di mobilità posto alla base della realizzazione delle News Towns, l’organizzazione dell’unità di vicinato

Inoltre nel microcosmo degli spazi urbani sono state fatte molte sperimentazioni per agevolare lo spostamento sicuro delle persone svantaggiate (rialzamento del livello di incarrozzamento dei mezzi pubblici, eliminazione dei dislivelli all’entrata dei luoghi commerciali, ecc, inoltre si sono studiati dispositivi specifici per utenti particolari come le guide tattili e sonore per i non vedenti, le rampe di superamento dei dislivelli per coloro che hanno difficoltà motorie, ecc. Ad esempio l’incarrozzamento agevole delle persone alle fermate dei mezzi pubblici è un problema molto importante perché oltre a costituire un impegno sociale per consentire un facile accesso a molte categorie di utenti, (utenti cosiddetti deboli) nel caso di accesso con gradino rappresenta un grave ostacolo alla celerità dell’incarrozzamento provocando un grave ritardo nella velocità commerciale dei mezzi pubblici, siano essi treni, autobus o tram. Questo caso è stato affrontato in alcune città prevedendo alle fermate dei mezzi pubblici banchine rialzate cui si accede attraverso rampe, questo semplice dispositivo ha migliorato notevolmente il servizio e ridotto il numero di incidenti per le persone anziane o con ridotte capacità motorie.

Fig. 5 Esempio di eliminazione di dislivello a) per l’entrata uscita dai mezzi pubblici; b) per attraversamenti e discese da marciapiedi o piani rialzati.

Anche la normativa italiana ha fatto notevoli passi in avanti per rendere esecutive le leggi in proposito (Il D.M.236/89 stabilisce ad esempio che l’accessibilità deve essere garantita: a) per quanto riguarda gli spazi esterni, il requisito si considera soddisfatto se esiste almeno un percorso agevolmente fruibile da persone con ridotte o impedite capacità motorie o sensoriali) questa norma si attua attraverso regolamenti e norme tecniche esemplificative delle situazioni concrete cui dare seguito nella gestione della città da parte degli enti locali.

La moderazione del traffico.

Molti pensano che la moderazione del traffico consista nell’applicare un’architettura stradale tale da costringere gli utenti a maggiore moderazione. In realtà questo modo relativamente nuovo di disciplinare l’uso degli spazi pubblici (strade, piazze, slarghi, etc.) da parte delle diverse categorie di utenti che lo frequentano si basa sul principio della loro responsabilizzazione personale. Le tecniche tradizionali di regolazione del traffico, pensiamo ad esempio ad un’incrocio semaforizzato, si basano sul rispetto di determinati segnali di permesso o di divieto, in questo modo si ha una sorta di trasferimento di responsabilità dall’uomo alla macchina, per cui allo scattare del verde l’automobilista sarà automaticamente indotto a superare l’incrocio senza porsi altri interrogativi. Una successione di semafori crea frequentemente una sorta di stop and go che determina maggiori consumi (carburante, freni, gomme) maggiore inquinamento (acustico e gassoso) e forte stress per il conducente che è indotto ad una sorta di competizione con gli altri automobilisti per accedere alla poole position del semaforo successivo.

Lo stesso automatismo acritico si ha quando ci si trova di fronte al segnale di stop che obbliga l’utente a fermarsi obbligatoriamente anche se è chiarissimo che non vi sono altri veicoli nel raggio di km., anche in questo caso si ha nell’utente della strada una sorta di reazione condizionata dal segnale di obbligo di fermata invece ad esempio che quando si trova di fronte ad un analogo segnale di precedenza.

La moderazione si basa invece sul principio, in certo qual modo rivoluzionario, di trasferire la responsabilità del comportamento di un utente, poniamo ad esempio un automobilista che percorre una strada, a lui stesso, che dovrà decidere, ogni qual volta si troverà di fronte ad una situazione di conflitto con altri utenti: automobilisti, motociclisti o pedoni, che si trovano sul medesimo spazio (strada), in che modo comportarsi. Ovviamente il suo comportamento si dovrà basare su poche semplici regole che egli deciderà come applicare di volta in volta:

¾ la velocità dovrà essere sempre inferiore a quella indicata, normalmente 30 km/h;

¾ la precedenza nei centri urbani è sempre dei pedoni;

¾ nelle rotonde la precedenza è di chi sta sull’anello rispetto a chi entra.

Questo modo di regolamentare il traffico induce una maggiore attenzione critica nell’utente che è responsabilizzato in prima persona.

Il disegno degli spazi pubblici è studiato per favorire l’assunzione di comportamenti virtuosi o più in generale per agevolare gli utenti nell’effettuare i loro spostamenti in sicurezza. Più sotto si presentano alcuni esempi relativi a due attraversamenti pedonali rialzati allo stesso livello del marciapiede (in carreggiata e su un incrocio) e dell’inserimento di una doppia curva all’ingresso di una zona abitata (opportunamente segnalata e resa più evidente con la presenza di alberature) per ridurre drasticamente la velocità delle auto in transito. La tecnica di rialzare il piano stradale in corrispondenza degli incroci oltre che produrre un effetto di maggiore attenzione negli automobilisti che lo attraversano, che sono indotti a rallentare, aumenta notevolmente la facilità di attraversamento per i pedoni.

In generale l’aspetto determinante ai fini dell’aumento della sicurezza è costituito dalla velocità ridotta che deve essere tenuta in ambito urbano e che viene indotta nei guidatori agendo sulla conformazione delle infrastrutture stradali e sugli arredi urbani che arricchiscono lo spazio. L’esperienza insegna che le conseguenze di un urto di un’auto con un pedone producono conseguenze molto gravi, fino a determinarne la morte, quando questo avvenga a velocità superiori a 30 km/h ; ciò ha indotto a realizzare architetture delle strade che non consentano di viaggiare a velocità superiori, pur garantendo un’agevole scorrevolezza del traffico.

L’inserimento di piccole rotatorie in alternativa ai semafori ha avuto come conseguenza una forte riduzione degli incidenti che avvenivano in tali incroci, inoltre poiché normalmente tali incidenti avvengono con angoli di incidenza ridotti le conseguenze sui mezzi e sulle persone sono molto meno gravi.



Fig. 6 Rialzamento della carreggiata e shicane come esempi di forte induzione verso comportamenti virtuosi.

Le statistiche eseguite nelle città in cui si sono monitorati incroci, strade ecc. si è constatato che questo modo di disciplinare il traffico ha prodotto una diminuzione significativa del numero di incidenti e che le collisioni avvenute hanno provocato danni meno gravi per le persone coinvolte.

Il segreto del successo di questa tecnica sta nel fluidificare i flussi di traffico a bassa velocità, in molte situazioni si è verificato che i tempi di viaggio con questo modo di regolamentare la marcia dei veicoli al massimo sono eguali se non inferiori a quelli rilevati quando venivano adottati sistemi di regolazione tradizionali. In questo caso si può concludere che si è raggiunto un buon compromesso fra qualità dello spazio urbano e livelli di accessibilità o di servizio.



Architettura per l’alzheimer. Il centro diurno alzheimer di Monte San Quirico

Alessandra Guidi, architetto

La malattia di Alzheimer

La malattia di Alzheimer deve il suo nome al direttore della clinica neuropsichiatrica di Breslavia, Alois Alzheimer, che, per primo, nel 1906, descrisse in modo esauriente i caratteri anatomico-clinici della demenza progressiva che affliggeva una sua paziente.

Si tratta di una malattia degenerativa che determina una distruzione lenta e progressiva di tessuto cerebrale con sintomatologie differenti in funzione delle alterazioni anatomiche subite, ma, in generale ascrivibili a disturbi cognitivi e funzionali.

Le deficienze cognitive sono la prima manifestazione clinica della malattia con fenomeni di aprassia, agnosia, disturbi di orientamento spaziale, deficit di linguaggio, disturbi della funzione visuospaziale. A questi si aggiungono disturbi di tipo comportamentale, talvolta, soprattutto nella fase iniziale della malattia, legati alla consapevolezza del declino cognitivo; si tratta di ansia, apatia, irritabilità, aggressività, tendenza a girovagare senza alcuna finalità (wandering), delirio paranoide.

Stime approssimate individuano oltre dodici milioni di malati nel mondo di cui circa mezzo milione in Italia. L’Alzheimer colpisce in genere soggetti ultrasessantacinquenni, ma sono frequenti anche esordi precoci. Statisticamente risultano più colpite le donne.

Non esistono soluzioni farmacologiche in grado di prevenire o curare la malattia. La medicina ad oggi non offre prospettive di guarigione: l’Alzheimer è considerata una malattia terminale in quanto conduce alla morte in un tempo variabile.

Il supporto assistenziale alla malattia di Alzheimer

Il malato di Alzheimer subisce una progressiva diminuzione delle capacità residue che determinano la necessità di un’assistenza continua e costante. In Italia il principale supporto assistenziale è la famiglia. E’ ormai comunemente usato anche nella lingua italiana il termine caregiver per indicare una persona, in genere legata al malato di Alzheimer da vincoli di parentela, che gli presta le cure quotidiane, ha rapporti con i medici e è in grado di assumere le decisioni al posto del soggetto affetto da demenza.

Il senso di responsabilità del caregiver spesso lo induce a dimenticare i propri limiti fisici e psichici insorgendo in disagi profondi personali e dell’intero nucleo familiare. Si rende quindi sempre più indispensabile una rete di supporto assistenziale alla quale il caregiver può far riferimento, sia nella prima fase dell’insorgenza della malattia sia quando l’andamento progressivo della stessa determina la necessità di istituzionalizzazione del malato.

Al fine di creare una valida alternativa al ricovero in Istituto, soprattutto per quanto concerne la fase intermedia della malattia, sono stati realizzati anche in Italia centri diurni per malati di Alzheimer: dei nuclei protetti a carattere semiresidenziale che accolgono il malato per alcune ore durante la settimana al fine di garantire un valido supporto alla famiglia.

Il centro diurno Alzheimer di Monte San Quirico

L’ambiente rappresenta un fattore fondamentale nella definizione della identità di ogni uomo e ogni donna. Identità che per i malati di Alzheimer è smarrita in quanto hanno perduto il rapporto canonico con il mondo. Lo spazio in cui vive il malato può dunque compensare o al contrario accentuare i deficit cognitivi in relazione alla maggiore o minore possibilità di attivare le sue residue capacità di comprensione. Si parla generalmente di "ambiente protesico", cioè di spazio che come una protesi può colmare funzionalmente la perdita subita dal malato.

Un esempio di "architettura protesica" è fornita dal Centro Diurno Alzheimer aperto dal 2001 in località Monte San Quirico. Realizzato e gestito dal Comune di Lucca è situato a circa 1 km dal centro della città, in posizione collinare, luminosa e tranquilla. Il complesso edilizio è costituito dalla villa gentilizia del XVI secolo, nota soprattutto per aver ospitato Franz Liszt, unita ad un grande edificio realizzaro nella prima metà del XX secolo come R.S.A. e successivamente ampliato e modernizzato. I fabbricati sono immersi in un grande parco articolato su diversi livelli.

Il Centro Diurno si trova al piano terreno della villa gentilizia; può ospitare fino a 16 persone contemporaneamente. L’ambiente ha dimensioni contenute e caratteristiche domestiche e familiari, in modo da ricordare un’abitazione sia nella distribuzione delle stanze che nell’arredamento. Il soggiorno è lo spazio più ampio con tavolo per svago e angolo TV con poltrone. La cucina è composta da mobili essenziali. La sala da pranzo ha tavoli per quattro posti dove gli ospiti mangiano insieme agli operatori. A fianco c’è una piccola stanza per l’ascolto di musica e radio mentre lungo il corridoio si aprono i servizi, l’infermeria e la stanza per la terapia occupazionale dove gli ospiti eseguono i loro lavori. L’ultima stanza è dedicata al riposo. E’ possibile accedere direttamente a un grande portico esterno. Le stanze sono chiaramente identificate con apposita segnaletica. Infatti il malato soggetto a carenze mnemoniche tende a perdersi anche in ambienti a lui noti. Un facile orientamento favorisce il contenimento degli stati d’ansia e d’inquietudine nei quali può incorrere l’ospite.

Gli obiettivi perseguiti dal centro diurno sono:

- migliorare, per quanto possibile, la qualità della vita della persona affetta da demenza;

- preservare il suo mantenimento a domicilio evitando o ritardando l’istituzionalizzazione e diminuendo il ricorso improprio a ricoveri ospedalieri;

- diminuire lo stress dei familiari nonché fornire sostegno ed informazione nella comprensione-gestione della difficile situazione;

- diminuire l’uso di psicofarmaci e migliorare il ritmo sonno-sveglia.

Il centro Diurno si propone come "spazio tollerante" che consente ai soggetti di agire liberamente, fornendo un contenimento sia di tipo ambientale che relazionale, alleggerendo così il controllo farmacologico e migliorando le prestazioni mentali del soggetto.

Il giardino per malati di Alzheimer

In uno spazio pianeggiante di fronte all’ingresso principale del Centro Diurno è stato realizzato un giardino per gli ospiti della struttura. L’ambiente esterno costituisce un importante stimolo e supporto per il malato di Alzheimer soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte dei malati hanno vissuto la propria vita in aree rurali e il giardino può quindi rappresentare un recupero dello spazio vissuto.

I criteri da porre alla base della progettazione di un giardino per malati di Alzheimer sono stati esurientemente individuati dalle ricerche del Centro Tesis (Centro Interuniversitario di Ricerca dell’Università di Firenze) e sono:

- dare libero e sicuro sfogo alla tendenza del malato al vagabondaggio

- limitare il campo di spostamento del paziente in modo non coercitivo

- consentire un controllo visuale da parte degli operatori sanitari

- garantire l’accessibilità sicura e la fruizione notturna

- prevenire il disorientamento evitando ai malati stimoli stressanti e privazioni sensoriali

- avere un’atmosfera familiare stimolando le abilità funzionali residue

- consentire l’esercizio di attività ricreative.

Queste linee guida hanno costituito il riferimento del progetto del giardino per malati di Alzheimer di Monte San Quirico. L’accesso al giardino risulta facile e immediato senza ostacoli nel percorso. Una rampa rivestita di materiale antiscivolo risolve il dislivello esistente tra lo spazio interno del Centro Diurno e il giardino. La frontalità dei due spazi di accoglienza consente un agevole controllo da parte degli operatori sanitari.

Il giardino è articolato in spazi pieni, destinati ad attività ed esperienze specifiche, e spazi vuoti, i percorsi per la deambulazione e il tessuto connettivo.

Il percorso costituisce la struttura portante del sistema ambientale. Il suo sviluppo anulare previene il senso di smarrimento; zone in grado di stimolare l’interesse del malato sono finalizzate a distogliere l’individuo dal continuo vagabondare. Le aree di sosta e gli spazi precedentemente definiti "pieni" rappresentano delle mete da raggiungere. La pavimentazione è realizzata in asfalto natura di colore rosa; le caratteristiche materiche antisdrucciolo e antiriflesso consentono una deambulazione sicura e un benessere visivo. Il contrasto cromatico con la vegetazione rende facilmente individuabili gli spazi di percorrenza. L’assenza di dislivelli ed ostacoli tra percorso e manto erboso consente un cammino in sicurezza anche nel caso in cui il malato abbandoni il tracciato.

Le aree tematiche sono funzionali allo stimolo di diverse realtà sensoriali e cognitive. Fulcro della composizione sono gli spazi di concentrazione: il gazebo centrale, il gazebo angolare, lo spazio di raccoglimento davanti all’immagine sacra. I due gazebo, realizzati in legno e attrezzati con sedute e tavolo, costituiscono spazi riparati all’interno dei quali i pazienti possono svolgere diverse attività terapeutiche. Il percorso è intercalato da altri spazi di riposo individuati dalla presenza di panchine. Gli arredi si caratterizzano per riconoscibilità, semplicità, praticità e sicurezza. Fondamentale è il ruolo della vegetazione una realtà percepita dal malato in modo personale e in grado di fornire informazioni immediate sul tempo e le stagioni. Lo spazio verde si configura come uno spazio dei sensi: il tatto, l’olfatto e la vista. Aiuole sono dedicate alle erbe aromatiche, altre sono disegnate con fiori colorati. Naturalmente non sono presenti specie pericolose, pungenti o urticanti.

Lo spazio connettivo è dato dal manto erboso e dagli elementi arborei. Nel caso specifico del giardino della villa di Monte San Quirico non è stato possibile sistemare liberamente gli alberi in quanto già presenti elementi vincolati dal valore storico e culturale del parco. Questi sono dunque divenuti elementi generatori dello spazio. Si tratta di essenze ad alto fusto con ampia chioma che garantisce ombre diffuse nello spazio circostante, senza passaggi bruschi tra chiaro e scuro che potrebbero indurre sensazioni di paura. Sono inoltre fondamentali i sempreverde che delimitano lo spazio nascondendo recinzioni ed eliminando quindi il carattere coercitivo. Infatti il malato di Alzheimer ha una tendenza alla fuga generata dalla perdita di riferimenti logici con l’ambiente e dal senso di estraneità nei confronti dello spazio circostante enfatizzata dalla tendenza compulsiva del vagabondare. La vista di un limite (porte o recinzioni) crea una naturale tendenza del malato ad oltrepassarlo e, se ciò accade, rischia di perdersi, non avendo capacità di orientamento.

L’acqua costituisce uno stimolo uditivo, tattile e visivo. Nel giardino è stata inserita una fontanella con acqua corrente. Infatti gli specchi d’acqua possono risultare pericolosi a causa delle reazioni che possono stimolare nel malato: come effetti di panico generati dalla visione della sua immagine riflessa (che il malato probabilmente interpreterebbe come altra persona generalmente ostile).

La fruizione serale è garantita da un sistema di illuminazione finalizzato ad identificare chiaramente il percorso e i luoghi di sosta.

Scheda tecnica

Superficie totale: 308 mq

Accesso: 1,80 m di larghezza

Percorso: largh. 1,80 m; lungh. 50 m

Gazebo centrale: diam. 3,5 m; sup. 9,6 mq

Gazebo angolare: lato 4 m; sup. 9 mq

Spazio dell’immagine sacra: sup. 6 mq

Fontana: n°1 con acqua corrente

Bibliografia

Romano Del Nord (responsabile scientifico), Architettura per l’Alzheimer. Linee Guida per la progettazione, vol. I e vol. II, Regione Toscana-Centro Interuniversitario di Ricerca Tesis, Firenze 2002





L’ACCESSIBILITA’ DEGLI EDIFICI PUBBLICI

Ing. Giuliano Dalle Mura – Città Futura soc. coop. - Lucca



L’accessibilità di un edificio è la possibilità, garantita ad un qualsiasi fruitore dell’edificio stesso, di raggiungere in maniera sufficientemente agevole le sue varie parti.

Progettare avendo presenti le necessità connesse all’accessibilità, significa, in molti casi, impostare il progetto in funzione di tali necessità.

Da questo punto di vista, ciascun intervento è un caso a sé che il progettista deve valutare attentamente sin dalle prime fasi della progettazione.

L’entità dei problemi da risolvere varia a seconda della tipologia e delle dimensioni dell’intervento, delle caratteristiche morfologiche dell’area nel quale è localizzato e dell’articolazione dei corpi di fabbrica; diverse si presentano poi le situazioni, a seconda che si tratti di fabbricati di nuova costruzione ovvero di interventi di ristrutturazione di immobili esistenti, nei quali, in particolare, siano presenti limitazioni agli interventi possibili, come ad esempio in edifici storici.

In sintesi quindi fattori progettuali che influenzano l’accessibilità sono:

· TIPOLOGIA E DIMENSIONI DELL’INTERVENTO

· CARATTERISTICHE MORFOLOGICHE DELL’AREA

· ARTICOLAZIONE DEI CORPI DI FABBRICA

· NUOVA COSTRUZIONE/RISTRUTTURAZIONE

Elementi che ostacolano o limitano l’accessibilità sono essenzialmente:

- Larghezza di vani e/ passaggi;

- Dislivelli

Per quanto riguarda la larghezza di vani e passaggi, il problema è facilmente risolubile nel caso di interventi di nuova edificazione.

Nel caso di edifici esistenti, il problema può presentarsi più difficile per la presenza di vani o passaggi che non è possibile allargare; in questo caso l’unica soluzione è quella di aggirare l’ostacolo, creando percorsi alternativi o usando accessi diversi.

Per quanto riguarda i dislivelli, premesso che la norma dispone che non possano essere presenti dislivelli superiori a 2,5 cm, tutti quelli maggiori devono essere superati con appositi accorgimenti, il primo dei quali consiste nel realizzare rampe e/o piani inclinati.

La pendenza dovrà essere la più ridotta possibile, e comunque non superiore di norma all’8%, la larghezza tale da consentire un agevole passaggio, comunque non minore di 0,90 m, la lunghezza di ciascuna rampa non superiore a 10 metri; il dislivello da superare non deve comunque essere superiore a 3,20 metri.

I problemi connessi alla realizzazione di rampe sono essenzialmente quelli derivanti dalla necessità di disporre di spazi consistenti e dalle difficoltà di percorrenza, soprattutto nel caso di rampe molto lunghe.

Quando i dislivelli sono superiori, o quando non venga ritenuto opportuno o possibile ricorrere a rampe inclinate, per problemi di spazio o di opportunità, si ricorre a mezzi di sollevamento meccanici.

La prima soluzione che viene adottata per il superamento di dislivelli consistenti è quella di installare un ascensore, cioè una macchina destinata al trasporto di persone, dotato di vano corsa proprio, delimitato da un involucro in C.A., muratura, acciaio e pannelli di tamponamento anche in vetro.

Qualora i dislivelli siano minori, comunque non superiori a 4,00 metri anche all’interno di uno stesso ambiente, o in casi particolari di interventi di ristrutturazione, si può ricorrere a piattaforme elevatrici destinate a sollevare persone con presenza fissa; anche questi hanno bisogno in generale di un vano proprio.

Ci sono poi i servoscala, e cioè sostanzialmente delle piattaforme elevatrici che si muovono lungo vani scala, correndo lungo le rampe appesi ad apposite rotaie e cremagliere, e permettono il trasporto di una persona con ridotta capacità motoria.

La fruibilità complessiva deve poi essere permessa garantendo la presenza di servizi e finiture adeguati ed in particolare servizi igienici accessibili.

Descriverò sommariamente alcuni interventi già realizzati e progetti predisposti, o in corso di predisposizione, analizzando i modi in cui sono stati risolti i problemi di accessibilità.

SCUOLA MATERNA DI CAMAIORE

E’ un edificio di nuova costruzione, di circa 1.300 mq di superficie per sei sezioni, articolato su un solo piano fuori terra, con un volume complessivo di circa 4.800 mc.

In questo caso la morfologia originaria del terreno, che si presentava in leggera pendenza, è stata modificata per avere lungo quasi tutto il perimetro del fabbricato un dislivello costante di circa 45 cm fra il marciapiede perimetrale e la quota di calpestio del piano terra.

L’accessibilità dai percorsi esterni è garantita da piccole rampe che si collegano ai loggiati presenti in corrispondenza degli ingressi. Il dislivello da superare è di circa 45 cm.

Fra il piano di calpestio dei loggiati di ingresso e quello interno del piano terra è presente un dislivello di 2,5 cm.

Viste le caratteristiche del fabbricato, non è stato quindi necessario intervenire con mezzi meccanici di sollevamento, quali ascensori o servoscala.

All’interno non sono presenti dislivelli e la luce netta delle porte consente un agevole transito anche di sedie a ruote.

E’ presente un servizio igienico accessibile anche a disabili.

ISTITUTO S. FRANCESCO - UFFICI COMUNALI E SEDE VV.UU.

A differenza del caso precedente, questo è un intervento di ristrutturazione di edifici esistenti.

I fabbricati ristrutturati sono in centro a Camaiore e facevano parte del vecchio Istituto S. Francesco, gestito da un Ordine religioso.

L’intervento ha comportato la ristrutturazione di due distinti edifici che fronteggiano due strade parallele, Via Oberdan e Via Cavour, e si affacciano anche su un cortile interno comune.

La superficie complessiva è di circa 1.000 mq.

Il fabbricato destinato ad uffici è articolato su due piani fuori terra oltre ad un sottotetto destinato ad archivio.

L’altro, utilizzato come sede dei Vigili Urbani, è articolato su 3 piani, con copertura a terrazza.

In questo caso i problemi sono derivati dal fatto che i vari piani dei due fabbricati sono sfalsati fra di loro e nell’intervento di ristrutturazione non era previsto lo spostamento dei solai .

Inoltre la quota della strada di accesso è di circa 1,10 metri più alta di quella del cortile interno, mentre l’altra strada, Via Cavour, è ancora più bassa di circa 50 cm.

L’accessibilità con percorso privo di barriere è stata garantita ad entrambi i fabbricati dall’ingresso su Via Oberdan.

Per il fabbricato sede dei Vigili Urbani, in corrispondenza del piano strada, è stato realizzato il pianerottolo intermedio della scala che collega il piano terra al piano primo; tale pianerottolo è stato previsto sufficientemente ampio da permettere di installare un servoscala che lo colleghi con il piano primo.

Il collegamento fra i tre livelli è poi garantito da un ascensore.

Per il fabbricato ad uso uffici comunali invece, dalla quota strada si scende al cortile interno con una rampa interrotta da un pianerottolo intermedio; dal cortile si entra al piano terra del fabbricato percorrendo una piccola rampa che consente di scendere i 10 cm di dislivello tra il cortile ed il piano interno.

Il collegamento con il piano superiore è garantito da un altro ascensore.

In corrispondenza dell’uscita su Via Cavour invece sono stati mantenuti i gradini esistenti.

I vari piani sono stati realizzati senza dislivelli, tranne una stanza destinata ad archivio; la luce netta delle porte consente un agevole transito anche di sedie a ruote.

In ciascun fabbricato è presente un servizio igienico accessibile anche a disabili.

NUOVA SEDE ISTITUTO ALBERGHIERO "PELLEGRINO ARTUSI" A CHIANCIANO TERME

Si tratta di un ampio fabbricato di nuova realizzazione, destinato a nuova sede dell’Istituto Alberghiero di Chianciano.

L’intervento complessivo comprende gli spazi didattici, una palestra ed un convitto; la parte realizzata è quella relativa alle aule didattiche normali e speciali oltre a spazi polifunzionali ed amministrativi.

L’area occupata dal primo intervento è di circa 21.000 mq; la superficie complessiva lorda è di circa 5.600 mq, il volume è circa 29.000 mc.

I problemi affrontati in questo caso sono legati oltre che alla dimensione complessiva dell’intervento al fatto che l’area interessata si presentava con una consistente pendenza.

L’intervento è articolato in sei corpi di fabbrica separati da giunti strutturali, posti su cinque distinti livelli.

Lo sfalsamento dei vari fabbricati fa comunque sì che ciascuno di essi non abbia più di tre piani fuori terra ed è tale che il primo piano dei corpi di fabbrica realizzati più a valle corrisponda al piano terra dei fabbricati intermedi, così come il piano primo di questi ultimi corrisponde al piano terra di quelli posti più a monte.

Il fabbricato posto più a valle contiene al piano terra garages, aule speciali e depositi, ai piani superiori aule speciali, ed è accessibile direttamente dalla viabilità interna, anche con mezzi meccanici.

I fabbricati intermedi contengono la hall di ingresso, un ampio spazio polifunzionale e gli spazi amministrativi, e costituiscono l’ingresso principale dell’intero complesso, raggiungibile anch’esso con mezzi meccanici oltre che con un percorso pedonale privo di barriere, che lo collega alla strada .

Il fabbricato posto più a monte contiene le aule didattiche normali; ha un ingresso esterno separato dagli altri, che può essere raggiunto anche da mezzi meccanici attraverso un percorso di servizio.

Ciascuno dei tre livelli di imposta dei vari fabbricati è quindi accessibile con mezzi motorizzati; attraverso una serie di percorsi che superano i dislivelli presenti; i vari corpi di fabbrica sono comunque collegati fra di loro da agevoli percorsi interni che attraversano in quota anche lo spazio polifunzionale centrale.

Gli spostamenti verticali sono garantiti, oltre che dalle scale, da tre ascensori, che collegano tutti i piani dei fabbricati.

A ciascun piano, che non presenta alcun dislivello, è previsto almeno un servizio igienico accessibile a disabili.

Nella zona parcheggio posta sotto il fabbricato di valle sono presenti alcuni posti auto per disabili, dai quali, con un breve tragitto, è possibile raggiungere una porta di accesso al piano terra del fabbricato stesso, e da qui, senza ulteriori dislivelli, l’ascensore a servizio di tale fabbricato.

CASTELLO DI TIVOLI

Si tratta dell’intervento di ristrutturazione di un edificio storico con vincoli particolari, per il quale abbiamo predisposto in collaborazione con altri professionisti, il progetto esecutivo.

E’ l’antica Rocca Pia, imponente fortezza rinascimentale a pianta quadrilatera, con quattro torrioni cilindrici merlati. Costruita nel 1462 per volere di Pio II fu successivamente adibita a carcere.

L’Amministrazione ha deciso di aprire l’edificio alla fruizione del pubblico, utilizzandolo anche come spazio espositivo, per mostre ed altri eventi.

L’accesso dalla viabilità carrabile avviene attraverso un percorso pavimentato in pietra che raggiunge la base dei bastioni; da qui una scalinata conduce al portone di ingresso.

I problemi in questo caso sono legati alla particolarità dell’immobile, nel quale alcuni interventi risultano sostanzialmente impossibili. Non è infatti pensabile modificare le scale o gli accessi alle torri, mentre si può intervenire sui fabbricati interni alle mura.

L’intervento ipotizzato prevede innanzi tutto la realizzazione di una piattaforma elevatrice con struttura in acciaio, tamponamento e copertura in lastre di vetro, che colleghi la base dei bastioni alla quota del portone di ingresso.

Una volta entrati, è prevista la realizzazione di un ascensore, che colleghi i vari livelli dei fabbricati interni alle mura, fino al terrazzo di copertura.

I torrioni angolari ed i relativi spalti di collegamento rimangono accessibili solo attraverso le aperture e le scale elicoidali interne esistenti.

ANTRO DEL CORCHIA

FERRATA MONTE CONTRARIO

Premesso che il problema dell’eliminazione o riduzione delle barriere architettoniche si inquadra nel problema più complessivo del miglioramento dell’accessibilità, voglio citare infine due interventi "estremi", nei quali l’obiettivo non era, e del resto non poteva essere, l’eliminazione di barriere architettoniche, ma semplicemente quello di consentire una migliore accessibilità di luoghi che in assenza di interventi sarebbero rimasti fruibili solo da poche persone dotate di capacità ed esperienza adeguate.

Il primo intervento è la realizzazione di un percorso attrezzato per la fruizione scientifico-culturale del sistema carsico del Monte Corchia in Comune di Stazzema.

Tale complesso è costituito da una serie continua di gallerie, pozzi e saloni. La lunghezza complessiva dei tratti esplorati, pari a circa 60 Km, ne fa il complesso carsico più esteso d’Italia, nonché uno dei più estesi d’Europa, così come la sua profondità, di oltre 1100 metri, misurati come dislivello fra il punto più alto ed il fondo attualmente conosciuto, la pone fra le grotte più profonde.

In questo caso si è trattato di progettare e realizzare interventi che rendessero sufficientemente agevole l’accesso ad un breve tratto delle gallerie naturali del complesso carsico.

E’ stata realizzata una galleria di accesso ed un tratto di circa un chilometro di gallerie naturali è stato attrezzato con passerelle in acciaio inox. Le varie passerelle formano rampe, scale, ponticelli che consentono di superare le asperità del percorso naturale e si interrompono solo nei tratti dove il fondo consente un passaggio sufficientemente agevole. Il percorso è stato inoltre dotato di impianti di illuminazione e comunicazione.

Il secondo caso riguarda la realizzazione di una via ferrata sulla parete sud-ovest del Monte Contrario in Comune di Massa.

La parete rocciosa, che si presenta in alcuni tratti praticamente verticale ed ha una altezza di circa 700 metri, è stata attrezzata con circa 900 metri di cavi fissi ancorati a picchetti in acciaio inox e con la posa nei punti più ripidi di alcuni scalini, realizzati anch’essi con tondo in acciaio inox.

Prima degli interventi, che pure sono stati di modesto impatto, la parete era accessibile solo ad esperti rocciatori, mentre adesso è percorribile anche da escursionisti di media esperienza e capacità, pur con l’ausilio di attrezzature specifiche di sicurezza.

CONCLUSIONI

Sia nel caso di interventi di eliminazione di barriere architettoniche sia in questi ultimi casi citati si tratta quindi di interventi volti a migliorare l’accessibilità, eliminando o riducendo gli ostacoli naturali o artificiali presenti, in maniera da garantire la fruibilità di luoghi ad un maggior numero di persone. Tale garanzia, sancita da leggi specifiche per una serie di luoghi e spazi pubblici, va comunque tenuta ben presente all’atto della redazione di un qualsiasi progetto, pur commisurata alla necessità, altrettanto inalienabile, di operare nel maggior rispetto possibile dei luoghi e/o dei manufatti.

Un buon progetto in conclusione, anche per quanto attiene a questo tipo di problematiche, nasce da un sapiente equilibrio fra le varie esigenze da contemperare, che sta al progettista ottenere.



BARRIERE ARCHITETTONICHE: DAI CONTENUTI DELLA LEGGE URBANISTICA ALL’ESEMPLIFICAZIONE NEL RECUPERO DEI BENI ARCHITETTONICI.

Andrea Tenerini

Il breve testo espone i contenuti della legge urbanistica regionale 01/2005 in materia di abbattimento delle barriere architettoniche valutata da chi opera nella pubblica amministrazione come responsabile del settore urbanistica e dedica una parte significativa della propria attività di studioso al recupero dei beni architettonici.



La nuova legge urbanistica regionale prefigura il programma per l’abbattimento delle barriere architettoniche come uno strumento di programmazione avente come primo obiettivo il soddisfacimento dei fabbisogni pregressi relativi al patrimonio edilizio comunale, con i seguenti contenuti – obiettivi:

- individuazione delle strutture pubbliche comunali e degli ostacoli presenti all’interno della mobilità urbana;

- censimento delle barriere architettoniche esistenti;

- individuazione delle possibili opere di adeguamento;

- individuazione del programma delle priorità di intervento.

Quanto sopra si rende necessario per elaborare in una seconda fase un preventivo sintetico di massima per la realizzazione delle opere necessarie all’abbattimento delle opere finalizzate all’abbattimento delle barriere architettoniche ed urbanistiche.

Il piano programma che si viene a profilare attraverso la legge di fatto si configura come un censimento delle situazioni deficitarie, corredato da specifiche misure di correzione realizzabili a medio termine, con contestuale previsione delle valutazioni della spesa e indicazione delle priorità di intervento, per quanto attiene in particolare alle proprietà comunali.

E’ da subito evidente come il tema dell’abbattimento delle barriere architettoniche sia strettamente correlato con quello della distribuzione delle risorse e impegno di spesa e pertanto ponga differenze tra le diverse amministrazioni comunali, spostando il cuore della questione sul difficile e talvolta conflittuale rapporto tra politiche di gestione e corrispondenza ai termini di legge. Certo è che questo tema non è circoscrivibile ad una mera questione di spesa e di volontà politico-amministrativa, ma rappresenta invece il concretizzarsi di un profilo culturale assai nuovo, di sicuro impatto all’interno dell’amministrazione pubblica. Infatti quando si interviene nei processi di trasformazione del territorio, in particolare del patrimonio edilizio e del sistema insediativo a carattere urbano, si ha come riferimento l’adulto medio – sano. Recentemente nella legislazione tecnica è nata la necessità di prestare sempre maggiore attenzione verso le persone con abilità fisiche, sensoriali e cognitive ridotte in modo da trasferire questo interesse all’interno delle fasi di redazione dei piani – programmi e nella progettazione. Fino ad oggi l’attenzione è stata rivolta verso l’individuazione di soluzione "speciali" quali ausili per disabili, arredi per anziani, spazi riservati per bambini ecc. Queste soluzioni speciali hanno prodotto ambienti a fruibilità riservata ed attrezzature per singoli profili di utenza, rilevando anche che talvolta sono spesso ostacolo all’integrazione sociale del destinatario. E’ un’impostazione che si deve tentare di sostituire superando il concetto di adattabilità per categorie conseguita ex post, ma affermi con forza una concezione integrata del progetto.

Le esigenze delle persone diversamente abili che si possono definire come "utente debole" – categoria sempre più ampia che comprende anche i bambini e gli anziani – sono necessità ormai dibattute da tempo che la stessa senilizzazione della società ha portato a ridefinire nei servizi offerti e nell’approccio metodologico al problema. Per fronteggiare un problema così capillare e trasversale a molte situazioni e contesti è dunque necessario assumere, come orientamento essenziale di qualsiasi intervento e disposizione, l’obiettivo di elevare le qualità del territorio costruito, rendendolo "accessibile" e fruibile dall’intera popolazione. I diversi soggetti, competenze e livelli di progettualità alla scala della pianificazione (scala urbana) e dei singoli oggetti edilizi (scala architettonica) devono tendere ad assumere il concetto di "accessibilità totale" come condizione necessaria al raggiungimento del requisito di "città vivibile". Poiché questo obiettivo non si presenta né semplice né perseguibile in tempi brevi, occorre la predisposizione di programmi graduali di intervento da effettuare sul territorio, individuando le priorità e le relative fonti di finanziamento.

In sintesi il programma per l’abbattimento delle barriere architettoniche ed urbanistiche può pensarsi così articolato:

- programmazione (legislazione, programmi, strumenti di pianificazione);

- realizzazione di nuovi spazi (spazi pubblici, privati, spazi urbani e del territorio rurale);

- adeguamento di spazi esistenti (spazi pubblici, privati, spazi urbani e del territorio rurale).

In quest’ottica entra in gioco la parte operativa del piano regolatore, ovvero il Regolamento Urbanistico comunale. Infatti questo strumento, oltre alla definizione del programma di intervento per l’abbattimento delle barriere architettoniche ed urbanistiche, è necessario che individui nel sistema normativo delle azioni finalizzate all’accessibilità totale dei luoghi la condizione necessaria al raggiungimento del requisito di un ambiente vivibile. Il programma per l’abbattimento delle barriere architettoniche si struttura secondo fasi successive che iniziano con la raccolta e la predisposizione del materiale di base e si concludono con la compilazione delle schede che costituiscono il programma vero e proprio. Le schede sono riferite alla situazione edilizia – scala architettonica, mentre quelle successive sono riferite alla condizione urbana – scala urbanistica.

Il programma di intervento per l’abbattimento delle barriere architettoniche ed urbanistiche si dettaglia secondo questo schema:

- raccolta del materiale:

a. elenco degli edifici pubblici,

b. elenco dei percorsi pedonali;

c. localizzazione degli edifici pubblici e dei percorsi pedonali

La raccolta del materiale dovrà essere implementata con il reperimento dei vincoli di tutela esistenti sui singoli immobili, specificazione degli interventi in atto o di quelli previsti; il livello di conformità ai requisiti indicati in materia di accessibilità, il monitoraggio dell’afflusso delle persone – frequenza.

In riferimento ai percorsi urbani sono necessarie informazioni attinenti la presenza di emergenze e segnalazioni sociali (esigenze) provenienti da ASL, associazioni, ecc.; il monitoraggio degli interventi in atto o previsti, la concentrazione di servizi, l’individuazione dei flussi pedonali o del traffico, la conformità ai requisiti dettati dalla normativa in materia di accessibilità, mediante le seguenti azioni:

- rilievo;

- elaborazione delle cartografie di base:

a. individuazione degli edifici pubblici,

b. evidenziazione dei percorsi e dei tratti che saranno oggetto del programma;

c. localizzazione delle eventuali emergenze e segnalazioni sociali;

d. individuazione dei luoghi di aggregazione (fermata dei mezzi pubblici, luoghi di spettacolo, chioschi, parcheggi e mercati);

e. localizzazione di altri edifici privati aperti al pubblico (uffici, banche, commercio, edificio di culto, ecc.).

Il programma di intervento stabilisce le azioni per l’abbattimento delle barriere architettoniche ed urbanistiche, decide le priorità di intervento su tutto o su parte del patrimonio pubblico. È in questo senso evidente che in base alla configurazione del territorio comunale, si individueranno parti accessibili e parti che nell’analisi costi-benefici non possono essere rese tali, così come verranno stabiliti gradi diversi di accessibilità.

La selezione di gradi diversi di accessibilità del territorio non è cosa nuova, infatti è elemento caratterizzante la progettazione degli spazi di uso pubblico più avanzati. In tal senso restano significative le esperienze condotte nell’ambito del recupero dei beni architettonici che vengono brevemente citate per testimoniare quanto precedentemente espresso. Il primo caso è rappresentato dal restauro del Castello Aghinolfi nel comune di Montignoso. Il progetto prevedeva il restauro di parte della rocca e la realizzazione all’interno del mastio ottagonale costruito tra l’XI ed il XII secolo di uno spazio museale. Come sempre in questo tipo di progetto si ha a disposizione un budget che viene distribuito per opere definite in un arco di tempo stabilito. Nella fase di elaborazione del progetto sono state effettuate scelte precise anche in merito all’adeguamento di tale struttura per una fruizione allargata a diverse categorie di utenti, compreso i diversamente abili. In particolare la selezione di fondo è stata compiuta relativamente all’adeguamento degli spazi esterni con particolare riferimento ai percorsi di accesso alla rocca. Consultata la S.B.A.A.A., i progettisti e le amministrazioni che gestivano il restauro hanno scelto di consentire l’accesso alla rocca per un’utenza particolare e circoscritta, in quanto i costi di un totale adeguamento sarebbero stati e sono ad oggi insostenibili ed in parte inconciliabili con il recupero della struttura. Si è quindi escluso dall’utenza allargata uno dei più suggestivi accessi – il sentiero dal basso - in quanto la conformazione fisica del sentiero (pendenze, dislivelli, ecc.) e la qualità del supporto (rocce e pavimentazione storica, muri e spallette) non avrebbero consentito sensate operazioni di adeguamento.

Il secondo caso si presenta come ancor più particolare. Nel corso del 2002 il comune di Seravezza reperisce fondi per l’adeguamento del Palazzo Mediceo in relazione all’abbattimento delle barriere architettoniche. L’adeguamento viene progettato con l’inserimento di un ascensore all’interno della torrette sud-est del palazzo, che presentava un livello di conservazione più scadente, a seguito di lavori eseguiti nel corso degli anno ’60 che ne avevano alterato l’assetto interno. In particolare l’istallazione dell’ascensore comportava l’esecuzione di uno scavo fino alla profondità di circa 170 cm. Il progetto prevedeva lo scavo a mano con cautela poiché l’ispezione del sottosuolo costituiva un’occasione per rintracciare gli antichi piani di calpestio del palazzo (storicamente attribuito all’Ammannati e più recentemente al Buontalenti) e delle sue fondazioni. Durante l’esecuzione delle opere vengono ritrovati al livello delle fondazioni i resti parziali di uno scheletro umano, con la conseguente sospensione dei lavori. Gli accertamenti e le indagini archeologiche, per una singolare abbondanza di risorse, furono eseguiti in modo assai approfondito consentendo in tempi brevi non solo di escludere la presenza di altri resti e l’esistenza di un’area archeologica di particolare rilevanza, ma addirittura consentirono di eseguire accurate analisi paleobiologiche sui resti e di stabilire con buona approssimazione l’età del decesso (IX secolo) attraverso l’analisi 14C di un frammento osseo.

I due casi nella loro specificità propongono uno spunto di riflessione anche in relazione all’inquadramento normativo. Infatti nessuna delle fasi relative ai progetti e ai programmi relativi all’abbattimento delle barriere architettoniche prescinde da decisioni e valutazioni fortemente orientate dal momento contingente e dalle risorse che si decide debbano entrare in gioco. Questo è il fronte su cui si deve lavorare di più.



IL PERCORSO FORMATIVO

Costruzione, struttura e contenuti di un percorso di formazione: incontro e interazione tra attori diversi, diversamente protagonisti.

Michela Biagi, Sabrina Galli, Angela Piano

Il corso ha una storia lunga un anno … in cui si incontrano tecnici, studenti, liberi professionisti, studiosi, ricercatori, docenti, soggetti diversamente abili con provenienze e disabilità diverse e mondo dell’associazionismo: forse questo è stato l’aspetto migliore dell’esperienza di formazione professionale, aver avuto la capacità di affrontare temi e problemi secondo un’ottica allargata e circolare, la cui struttura garantiva l’approccio a un tema progettuale importante attraverso un percorso in orizzontale, dove lo scambio delle esperienze e il racconto della costruzione del progetto ha prevalso sulle strutture e sulle gerarchie, creando una partecipazione più attiva e convinta, che ha garantito un risultato importante nei numeri e nei fatti: nessuna defezione dei partecipanti selezionati per il corso e disponibilità a interagire anche oltre gli impegni previsti dal corso stesso, creando scambi e qualità dei rapporti tra le persone assolutamente imprevisti.

La divulgazione dell’esperienza didattica e del percorso formativo rivolta agli iscritti degli ordini professionali, degli enti pubblici, del mondo imprenditoriale e di un più allargato mondo dell’associazionismo rappresenta non solo un momento di riflessione alla conclusione del corso di formazione, ma costituisce anche il momento di valorizzazione degli aspetti che più hanno qualificato il corso stesso.

Il corso si è sviluppato secondo un percorso didattico articolato in moduli a tema specifico conclusi da un’attività di laboratorio che ha integrato gli interventi dei tecnici. L’apertura del corso ha visto una sezione preliminare dedicata all’inquadramento della problematica, all’individuazione degli obiettivi, alla definizione dell’articolazione del percorso conoscitivo e alla verifica con i partecipanti della metodologia adottata. Nell’inquadramento della problematica si è puntualizzato il concetto ispiratore del corso, cioè che gli spazi devono essere progettati e costruiti per essere fruiti da tutta la popolazione, quindi anche dall’utenza debole, costituita da anziani, bambini, persone con autonomia ridotta, temporanea o permanente, o limitazioni nella mobilità. I moduli didattici invece sono stati aperti da una tradizionale parte di inquadramento generale, comprendente l’analisi della normativa vigente, con comunicazioni in aula esplicative della legge e dei diversi aggiornamenti, l’acquisizione delle nozioni tecniche di base.

Le parti successive del corso sono state impostate secondo lezioni–incontri con le persone che, all’interno della comunità, si confrontano con le tematiche dell’accessibilità degli spazi, a partire dal punto di vista di chi quegli spazi è abituato a frequentarli e a ripensarli in funzione delle proprie necessità. Persone con ruoli, competenze e approcci diversi, che appartengono al mondo della scuola (insegnante e dirigente scolastico), dell’organizzazione dei servizi socio-sanitari del territorio (dirigente ASL, assistente sociale, psicologo, educatore, referenti per la progettazione di servizi in ambito educativo e sociale), delle Associazioni di volontariato che si occupano di disabilità ed esperti di mass media, intesi, questi ultimi, in termini di strategie di comunicazione. In questa fase i temi dell’accessibilità e della fruizione di spazi e strutture sono costantemente visti, valutati e "raccontati" dai diversamente abili. I soggetti direttamente coinvolti nella fase iniziale del corso sono stati, oltre agli organizzatori (direttore e codocenti), gli ordini professionali, rappresentanti degli enti sul territorio e delle associazioni che vi operano, gli operatori del settore ed i diversamente abili. Da subito si profilano temi variegati e numerosi che restituiscono l’immagine di un intervento progettuale troppo spesso circoscritto alla mera applicazione della norma tecnica: dalla valutazione delle strutture, dei mezzi e dei finanziamenti nell’ambito della gestione delle azioni per l’abbattimento delle barriere architettoniche a cura della Regione Toscana, fino all’esemplificazione del tipo di strutture e di livello della progettazione nell’ambito delle aree protette e degli spazi pubblici a cura degli Enti Parco (Migliarino, S. Rossore, Massaciuccoli e Casentino), oppure la valutazione in merito alla fruizione ed accessibilità degli spazi, alle strategie ed interventi di progettazione partecipata, all’impatto sociale delle barriere architettoniche, concludendo con un’esposizione di esperienze significative nella gestione degli spazi e nell’abbattimento delle barriere architettoniche.

I moduli strutturanti il percorso di formazione sono costituiti dal "modulo tecnico" e da quello dedicato al tema della comunicazione, intesa come relazione tra le parti interessate alla realizzazione di un progetto di un’area urbana o di un edificio pubblico o privato.

In particolare il "modulo tecnico" si struttura secondo le "scale" dell’intervento, ancora una volta per restituire la complessità del tema per promuoverlo in un ambito progettuale a 360 gradi:

- La scala architettonica. - Modelli, teorie e applicazioni;

- la scala urbana - Ambiti, scelte e realtà;

- la scala territoriale – Territori ed esperienze e tecniche;

- gli strumenti urbanistici - Politiche, scelte amministrative, indirizzi di progetto, contenuti della legislazione di settore.

Più nel dettaglio sono stati affrontati i temi più qualificanti alla scala urbana, con l’esposizione di esperienze didattiche e progetti a cura di docenti universitari, i concetti base per una progettazione urbana qualificata attraverso la comunicazione sul "design for all" e le barriere percettive in cui venivano esplicati i criteri, i metodi e le esperienze di base, fino alle metodologie per la realizzazione di mappe e piani relativi all’accessibilità urbana con l’esposizione in aula di criteri, metodi ed esperienze (Università degli Studi di Pisa – Facoltà di Ingegneria; Università degli Studi di Firenze – Facoltà di Architettura , TAD).

Le altre scale dell’intervento e della progettazione sono state affrontate con il coinvolgimento di tecnici liberi professionisti, che hanno portato a conoscenza le proprie esperienze professionali, in modo da esplicitare valutazioni, analisi e condizioni relative al progetto, non solo attraverso esperienze concrete, ma anche attraverso un lavoro specifico in fieri e relazionato con gli enti preposti alla gestione del tema delle barriere architettoniche: ASL, amministrazioni locali, sovrintendenza ai beni architettonici, artistici ed ambientali, vigili del fuoco. E’ stato questo il caso della progettazione delle strutture specializzate dello sport, della progettazione di spazi ed attrezzature pubbliche nell’ambito delle strutture assistenziali e culturali, dell’accessibilità degli edifici pubblici, intesi come interventi di recupero e riqualificazione anche dei beni storici.

Infine il modulo tecnico si conclude con la contestualizzazione del tema del superamento delle barriere architettoniche nell’ambito della pubblica amministrazione con valutazioni in merito ai progetti di recupero dei beni di valore storico –architettonico e all’applicazione della L.R. 01/05, con particolare riferimento al ruolo svolto dalle risorse economiche messe in campo da enti e singole amministrazioni.

La struttura voluta per questa sezione del corso è stata quella di offrire punti di vista diversi, anche in sovrapposizione tra loro, in modo da allargare lo sguardo e comunicare non solo le nozioni di base e i migliori approcci metodologici al progetto, ma anche la complessità del lavoro professionale e del ruolo degli operatori tecnici con il fine di non svincolare mai il tema delle barriere dal contesto in cui lo si affronta realmente.

"Il focus del modulo sulla comunicazione è stato la progettazione partecipata, centrata sul presupposto che il coinvolgimento dei cittadini faciliti la creazione di strategie locali per la costruzione di un modello urbano sostenibile per tutti, perché particolarmente attento ai bisogni delle categorie più vulnerabili. La progettazione partecipata tende a superare la logica della separazione e a promuovere l’inclusione, attivando il protagonismo e la partecipazione di tutti alla vita della comunità.", con questa definizione emersa dalle fasi conclusive del modulo dedicato alla comunicazione, si esplicita meglio il contenuto e il profilo di questa sezione del corso, che nel dettaglio si articola nelle messa a fuoco delle strategie e degli interventi di progettazione partecipata, nella riflessione sulla cultura dell’accessibilità intesa come "uno sguardo di genere alla città e al territorio" con interventi più puntuali, centrati sulle risorse della comunicazione e di profilo tecnico, relativi all’uso degli strumenti informatici finalizzati ad una progettazione accessibile.

Si tratta dunque di incontri con i soggetti che, attraverso la comunicazione e l’informazione, in generale, possono influire positivamente nel rapporto diversamente abili/società e possono favorire una maggiore sensibilizzazione della opinione pubblica, comunicando esperienze e conoscenze e individuando ipotesi di intervento e strategie di approccio.

Conclude il racconto dell’esperienza didattico – formativa il laboratorio che rappresenta anche l’inizio di un’azione di progetto. Il laboratorio si è svolto per un ciclo complessivo di 24 ore che ha preso avvio in corrispondenza della parte finale del modulo tecnico, per poi concludersi nella parte finale del corso a moduli tecnici chiusi per poter mettere ben in gioco quanto appreso nelle comunicazioni in aula.

La prima fase è stata quella relativa alla costituzione dei gruppi integrati, ovvero partecipanti al corso e tutor diversamente abili attraverso la presentazione dei temi di applicazione pratica ed elaborazione della metodologia specifica.

In questa fase emerge con maggior chiarezza il ruolo dei tutor. La docenza del laboratorio è stata affiancata dalla presenza di 3 tutor diversamente abili, per poter meglio integrare la didattica e rendere applicative le comunicazioni svolte in aula dai diversi docenti. I tutor hanno svolto tutta l’esperienza del laboratorio affiancando il docente e ogni singolo gruppo, infatti i partecipanti al corso hanno formato tre gruppi di 5 elementi ciascuno ed hanno affrontano la prova di laboratorio con uno specifico tutor.

I tutor presentavano disabilità differenti in modo da affrontare le prove di laboratorio sotto punti di vista diversi e con tipi di approccio differenziati. Senza questa presenza l’esperienza applicata non avrebbe potuto avere la qualità e il peso che ha rivestito come momento di reale verifica di quanto appreso durante il corso, prova ne sia la richiesta di un maggior numero di ore di laboratorio quasi a voler meglio esaurire i temi e i problemi emersi. L’impostazione del metodo di lavoro utilizzato nel laboratorio deriva dalla struttura stessa del percorso didattico. Infatti attraverso la sezione 1 del corso, i partecipanti hanno approfondito le loro conoscenze normative e disciplinari, che per il laboratorio rappresentano la base conoscitiva di partenza. Attraverso la sezione 2 del corso, i partecipanti hanno acquisito conoscenza su metodi ed approcci al progetto sviluppato alle diverse scale: architettonica, urbana e territoriale. Con un’attività di decisione partecipata, l’approccio e il metodo utilizzato per la realizzazione delle mappe di accessibilità urbana è sembrato quello più adatto all’esperienza del laboratorio e anche più stimolante per un’indagine applicata che aveva una durata limitata all’interno del corso. Attraverso la sezione 3 del corso, i partecipanti hanno conosciuto e valutato le tecniche ed il peso della comunicazione delle esperienze tecniche, nonché il valore dell’accessibilità nel senso più esteso ed aperto. La conoscenza allargata ed integrativa delle disposizioni normative e dei contenuti tecnici ha indotto alla costruzione di pannelli e di schemi grafici semplificati ed esplicativi che possono essere valutati da utenze non necessariamente esperte. Con questa premessa la selezione dei temi di i lavoro ha avuto i seguenti criteri:

1. I temi corrispondono sempre ad un percorso.

2. Il percorso simula una situazione ordinaria della vita delle persone e pertanto ripetitiva come lo sono le situazioni quotidiane: per esempio uscire di casa, recarsi in un ufficio pubblico per fare documenti, parcheggiare l’auto e andare in centro storico per passeggiare o prendere un mezzo pubblico.

3. I percorsi sono stati selezionati nelle maggiori aree urbane della provincia di Lucca che fossero facilmente raggiungibili da tutti i partecipanti al corso. Quindi si sono individuati percorsi nella immediata periferia di Lucca, in una parte del centro storico di Lucca e nell’immediata periferia di Viareggio.

4. Il rilievo e la restituzione grafica segnala i punti critici in rapporto a disabilità diverse, proponendo soluzioni progettuali per alcuni episodi critici rilevati senza voler assumere altro profilo se non quello dell’esercitazione didattica.

5. La restituzione grafica e l’elaborazione dei rilievi utilizzano i software che erano disponibili per tutti i partecipanti al corso, senza dover ricorrere a software dedicati che avrebbero escluso alcuni soggetti dall’attività di laboratorio.

6. Il lavoro è stato valutato e elaborato con l’attiva partecipazione dei tutor.

La struttura del laboratorio ha dunque consentito di raggiungere un grado partecipazione tale da sperimentare una comunicazione di questa esperienza formativa aperta alla città e alla comunità, pur sapendo che gli elaborati non sono esaustivi di tutti i contenuti comunicati nel corso e conoscendone tutti i limiti, si ritiene che siano comunque dotati delle caratteristiche utili a promuovere un proficuo momento di confronto.



Oltre la barriera

Durante la frequenza del corso, approfondendo i vari aspetti della legislazione relativa all`abbattimento delle barriere architettoniche, mi sono reso conto che l`argomento trattato risulta essere pressoché sconosciuto alla collettività.

Se da una parte la legislazione garantisce l`eliminazione di barriere fisiche in fase di progettazione, dall`altra esistono difficoltà nell`abbattere le barriere esistenti e soprattutto le cosiddette barriere mentali. Il percorso formativo è risultato utile per avere una visione d`insieme su questo vasto argomento.

Il corso era strutturato in due fasi principali: nella prima abbiamo avuto incontri e lezioni con docenti e professionisti, e nell`altra ci siamo resi protagonisti, assieme ai nostri tutor, nell`effettuare un rilievo, su scala urbana, di un percorso ipotetico dove questi ultimi avrebbero dovuto raggiungere il centro storico.

Gli incontri hanno evidenziato la professionalità e l`esperienza di diversi architetti e ingegneri che ogni giorno si trovano a stretto contatto con il problema. Mi preme sottolineare come più volte è emerso durante gli incontri che l`abbattimento delle barriere in fase di progettazione non comporta quasi mai costi aggiuntivi a differenza di un intervento successivo.

Dai rilievi da noi effettuati, nella seconda parte del corso, sono sorti diversi punti ed elementi critici per la completa fruizione, da parte di tutti, degli spazi cittadini.

Ad esempio un gradino in più ha impedito l`accessibilità ad un marciapiede; una automobile parcheggiata fuori dagli spazi consentiti alla sosta, ha reso il percorso pericoloso e inaffrontabile.

Concludendo, l`esperienza formativa mi ha dato quella motivazione necessaria per un successivo approfondimento.

Per poter rendere ogni spazio sempre accessibile a tutti, ho pensato a un semplice "bollino" di certificazione, che, esposto all`esterno di un immobile, possa garantire al portatore di handicap che quell`edificio è completamente accessibile in ogni suo spazio. Questo "bollino" può inoltre rappresentare un esempio ed uno stimolo per adeguare molti edifici pubblici e privati e rendere così tali spazi completamente accessibili al fruitore.

A cura di Alberto Martinelli, allievo del percorso formativo





AUTONOMIA E BARRIERE ARCHITETTONICHE. RIFLESSIONI SUI DISAGI DELLA DISABILITA’

Valentina Folegnani – Unione per la difesa dei diritti dei disabili - Lucca

Sono paraplegica da 12 anni e da subito ho avuto la consapevolezza di quanto la mia vita quotidiana e la mia autonomia sarebbero dipesi dalla presenza o meno di barriere architettoniche, che mi impedivano di proseguire molte delle attività che avevo intrapreso fino ad allora e avrei potuto mantenere nonostante la condizione di portatrice di handicap. La volontà di ripartire ed affrontare i disagi derivanti dalla disabilità, si scontrava con l’oggettiva impossibilità di poter accedere in molti edifici, locali, spazi aperti al pubblico, negozi, uffici. Avevo la possibilità di guidare un auto, salire e caricare la carrozzina in maniera autonoma, ma questo non bastava a rendermi libera di fare scelte sia per il mio futuro che per il vivere quotidiano. Qualsiasi attività come andare a fare spese nei negozi, qualsiasi decisione come proseguire gli studi universitari, era sempre legata alla presenza o meno di parcheggi riservati, scale, spazi adeguati per riuscire a passare con la carrozzina, larghezza di porte, presenza o meno di ascensori e servizi igienici accessibili. Dunque gli ostacoli che mi impedivano di accedere con la mia carrozzina, finivano per condizionare pesantemente sia la mia vita di tutti i giorni che le scelte per il futuro.

In Italia le leggi sull’abbattimento delle barriere architettoniche ci sono ed anche dettagliate, eppure, nonostante nel corso degli anni io stessa abbia potuto vedere notevoli miglioramenti, siamo ancora molto indietro nell’applicazione delle stesse e nello sviluppo di una vera cultura dell’accessibilità. Ho partecipato al progetto "Senza barriere", su sollecitazione dell’Agenzia formativa Proteo, con la quale collaboro da tempo su iniziative di promozione sociale e culturale nel territorio della Garfagnana e, come tutor di questo percorso formativo, ho affiancato un gruppo di cinque partecipanti nelle attività di laboratorio. Anche in questa occasione, nelle uscite fatte durante il corso per i rilievi, abbiamo avuto modo di constatare che ad oggi i disagi che una persona disabile deve affrontare per accedere agli spazi comuni e quotidiani, sono numerosissimi.

Nella visita ad una scuola sono emerse barriere architettoniche in numerose aule e spazi comuni, tra cui la palestra, nonostante fosse garantito l’accesso per le carrozzine nell’edificio attraverso una rampa accessibile. Anche nel percorso esterno affrontato in un quartiere periferico di Viareggio sono emerse numerose difficoltà. Si è cercato di simulare una situazione di vita quotidiana: recarsi con l’auto nel centro del quartiere, accedere in bar, negozi, scuole, chiesa, esercizi commerciali, spazi pubblici. Le zone del quartiere nuove, con arredi urbani realizzati di recente, rispondevano alle caratteristiche minime di accessibilità, nonostante abbiamo potuto constatare come talvolta l’applicazione della legge dovrebbe essere maggiormente adeguata al contesto ambientale (uno scivolo mal posizionato può rivelarsi inutilizzabile o pericoloso). I problemi maggiori li abbiamo riscontrati nel centro storico del quartiere: assenza di raccordi carreggiata/marciapiedi e di scivoli per accedere in negozi, bar ed esercizi commerciali, marciapiedi stretti e con fondo fortemente sconnesso, evidente mancanza generale di interventi diretti all’eliminazione delle barriere architettoniche, frequente presenza di ostacoli sui marciapiedi dovuti purtroppo spesso allo scarso senso civico dei cittadini.

Ma perché in Italia c’è questa situazione di arretratezza rispetto ad altri paesi nel campo dell’abbattimento delle barriere architettoniche? Che cosa non ha funzionato? Che cosa non funziona nel passaggio dal livello normativo a quello concreto della progettazione e realizzazione degli spazi? Cerchiamo di individuare alcuni aspetti, cause principali.

Ø DISINFORMAZIONE DI AMMINISTRATORI E PROGETTISTI

Le leggi, a partire dal decreto ’78, sono fatte bene. E’ però mancata un’adeguata preparazione e informazione e non c’erano sanzioni per il rispetto delle norme. Sono presumibilmente stati determinanti il disinteresse delle amministrazioni, la disinformazione e disattenzione dei progettisti e la mancanza di finanziamenti.

Un passo avanti è stato fatto con la L. 13: per la prima volta viene previsto un fondo per finanziare l’abbattimento delle barriere architettoniche negli edifici privati e c’è maggior responsabilizzazione del progettista che deve allegare la dichiarazione di conformità alle norme sulle barriere.

Con la L. 104/92 inoltre, per le opere realizzate in difformità alle norme sulle barriere, sono previste sanzioni e sospensione dagli albi per il progettista, il direttore e il responsabile tecnico dei lavori. La L. 104 prevede anche la presentazione della documentazione di conformità per le opere di ordinaria e straordinaria manutenzione di edifici pubblici ed aperti al pubblico e anche in caso di modificazioni d’uso di impianti pubblici o aperti al pubblico.

Ø RIGIDITÀ DELLA NORMATIVA

Un problema è stata sicuramente anche l’iniziale rigidità delle prescrizioni che rendevano difficilmente realizzabili gli interventi per l’accessibilità, sia per gli spazi richiesti che per gli elevati costi che si rendevano necessari. La Legge del ’78 ad esempio prevedeva spazi minimi per servizi igienici e ascensori molto grandi e quindi di difficile realizzazione e ad alto costo. Questo costituiva un ostacolo alla loro realizzazione. La legge 13 e il Decreto del ’96 hanno posto rimedio a questa eccessiva rigidità.

Quanto esposto si può rilevare dal raffronto dei seguenti dati:

Norme Attuative L. 118

Luce porte: 0,85 (ottimale 90)

Servizi igienici: spazio minimo 1,80x1,80

Ascensore: Profondità 1,50 Larghezza 1,37 Porta 0,90

Norme Attuative L. 13

Luce porte: 0,80 ingresso edificio; 0,75 altre porte

Servizi igienici: sono indicati solo gli spazi minimi per gli accostamenti laterali e frontali ai sanitari

Ascensore: 3 soluzioni; profondità da 1,40 a 1,20; Larghezza da 1,10 a 0,80; Porta da 0,80 a 0.75

Ø TUTELA BENI AMBIENTALI, ARTISTICI, ARCHEOLOGICI, STORICI E CULTURALI

Un’altra ragione sta nelle norme inerenti la protezione delle bellezze naturali e dei beni immobili di interesse pubblico, contenute nelle leggi del 1939.

L’autorizzazione all’abbattimento di barriere architettoniche può essere vietata solo quando la realizzazione delle opere reca un serio pregiudizio del bene tutelato. Il diniego deve essere motivato con la specificazione della serietà del pregiudizio e in riferimento a tutte le eventuali alternative presentate dall’interessato.

Il nostro paese è ricco di centri storici e immobili di interesse pubblico e la tutela dei beni ambientali è stata troppo spesso utilizzata come giustificazione per non realizzare opere di abbattimento delle barriere; la sfida del progettista doveva piuttosto essere quella di trovare adeguate soluzioni che non pregiudicassero il valore storico e architettonico del bene interessato e che fossero in armonia con lo stesso.

Ø QUESTIONE CULTURALE

Un altro fattore fondamentale può essere senz’altro considerato la mancanza di una cultura dell’accessibilità, alla cui base c’è la difficoltà che ha la collettività di prendersi carico di problematiche che vengono trascurate perché non la riguardano in prima persona.

Un errore che viene fatto è associare le barriere architettoniche solamente alle persone con disabilità fisica e in particolare quelle su carrozzina. In realtà ci sono svariate "condizioni di svantaggio": persone anziane, persone con disabilità temporanee (fratture, malattie, ..), condizioni di malessere fisico di vario genere, obesità, mamme con bambini nel passeggino. L’accessibilità non risponde al bisogno solo ed esclusivo di un numero ristretto di persone portatrici di handicap.

La Legge 13 ha rappresentato una sorta di svolta: si comincia a parlare di fruibilità, accessibilità e sicurezza per chiunque, non solo per i soggetti svantaggiati. La struttura accessibile è soprattutto una struttura sicura per tutti. Le barriere dunque, sono riconosciute come un problema che riguarda l’intera collettività.

Nella Legge 13 per barriere architettoniche si intendono:

- Ostacoli fisici fonte di disagio per la mobilità di chiunque e in particolare di coloro che hanno capacità motoria o sensoriale ridotta o impedita in forma permanente o temporanea.

- Ostacoli che impediscono a chiunque il comodo e sicuro utilizzo di parti, attrezzature o componenti

- La mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, gli ipovedenti e i sordi.

C’è dunque un cambiamento, le barriere diventano una questione che riguarda chiunque; tutti gli spazi e gli edifici devono essere fruibili, da normodotati e disabili, in modo agevole e sicuro. In linea generale possiamo dire che ognuno di noi presenta uno svantaggio, una disabilità o può comunque potenzialmente averla. Abbattere le barriere e soprattutto non costruirle, significa concepire un ambiente che non abbia ostacoli, elementi che provochino disagi, pericoli o anche solo affaticamento a chiunque. Progettare un ambiente privo di ostacoli e scomodità, un ambiente accessibile, rappresenta un vantaggio non solo per le persone che ne hanno più bisogno di altre, ma per l’intera collettività. Se le persone con difficoltà motorie o sensoriali vengono messe in condizione di poter essere più autonome, c’è una minore esigenza di dover essere accompagnati da qualcuno o di predisporre un servizio specifico di assistenza della persona disabile. Inoltre consente loro di poter svolgere attività lavorative, ricreative e di svago. In Italia probabilmente ha prevalso una mentalità fortemente improntata all’assistenzialismo della persona disabile; si pensa troppo spesso che gli ostacoli, le barriere architettoniche, si possano comunque sempre superare grazie all’aiuto degli altri; sarebbe invece auspicabile che ci fosse una maggiore volontà nel fare tutto il possibile per rendere i nostri centri abitati privi di tali impedimenti.

La questione può anche essere vista da un punto di vista economico; rendere accessibile un esercizio commerciale, un locale, un posto turistico, un luogo di svago e di aggregazione significa permettere a tutte le tipologie dei propri clienti di poter fruire di questi servizi; le persone con disabilità sono anch’esse potenziali clienti. Quando voglio andare al cinema, ad un ristorante, a teatro o in vacanza, non mi baso solo sulla disponibilità o meno ad avere adeguata assistenza sul posto o dalle persone che mi accompagnano, quanto piuttosto sulla reale possibilità che ho, come gli altri, di poter accedere e fruire di quegli spazi in maniera autonoma o il più agevole possibile.

L’obbiettivo che una società civile si deve porre, è di costruire o rendere lo spazio che ci circonda e che riguarda ogni aspetto della vita di un individuo, accessibile e agevole per qualunque persona. L’accessibilità degli ambienti è condizione essenziale e fondamentale per chiunque e soprattutto per le persone con disabilità e svantaggi, per poter svolgere una vita sociale e lavorativa attiva. La realtà purtroppo ci dice che una persona disabile, nello svolgere qualsiasi tipo di attività, è condizionata dalla possibilità o meno che ha di poter accedere fisicamente in tali ambienti.

Nell’immaginario collettivo il disabile è visto soprattutto come una persona bisognosa di assistenza e non come un individuo attivo nella società: per superare questa errata convinzione è importante che persone portatrici di diversità e svantaggi siano visibili e presenti in una società disabituata a vederli ricoprire ruoli forti e decisionali, disabituata a vederli come studenti, lavoratori, professionisti, genitori in grado di gestire una propria famiglia. Da qui l’importanza fondamentale dell’abbattimento delle barriere architettoniche, per permettere realisticamente a tutti di partecipare ad ogni aspetto della vita all’interno di una comunità, all’interno di una società. L’imbarazzo provocato dalle diversità, si vince con la convivenza con la diversità e la convivenza con la diversità è resa possibile solo se un portatore di handicap può accedere ovunque al pari di ogni cittadino.

ALCUNI INDIRIZZI DI SITI INTERNET

www.progettarepertutti.org

www.fiaba.org (Fondo Abbattimento Barriere Architettoniche)

www.handylex.org (sito contenente tutta la normativa inerente l’handicap)

www.centroperlautonomia.it

www.parchipertutti.it


La progettazione partecipata come metodo per trasformare un sogno in realtà

Chiara Batoni, Agenzia Formativa Proteo Onlus

Immaginando di scrivere un documento sul mio contributo all'interno del progetto di formazione "Senza barriere", ho pensato di ricostruire il percorso fatto con il gruppo dei partecipanti, a partire dalle esperienze che hanno vissuto e che abbiamo rielaborato insieme, legate al tema della progettazione partecipata.

Il principio dell'esigibilità dei diritti è stato il punto di partenza e di arrivo del nostro percorso: un po' come in un viaggio in cui la guida accompagna i viaggiatori nei posti più significativi e rappresentativi di un territorio, ho condotto il gruppo attraverso il tema del diritto e il dovere per tutti i cittadini (in particolare per i gruppi sociali più vulnerabili) di esprimere il proprio punto di vista nella progettazione, andandone ad osservare e sperimentare gli elementi più significativi all’interno di un processo di partecipazione.

Il tema dell’esigibilità dei diritti, che rappresenta una delle motivazioni fondanti della scelta del mio lavoro e dei contenuti di cui mi sento portatrice, è stato il contenuto portante del mio intervento all’interno del corso, perché credo che proprio sulla base di questo presupposto sia necessario pensare alla costruzione di percorsi di progettazione partecipata, all’interno di progetti che vogliano promuovere una nuova cultura dell’accessibilità.

Permettere alle persone di conoscere i propri diritti è la prima condizione per permettere loro di esigerli e lottare per vederli riconosciuti, sperimentando così la possibilità di essere ed esprimere sé stessi attraverso parole e azioni congruenti con ciò in cui si crede, in tutti i contesti in cui si vive.

La proposta di formazione che ho rivolto al gruppo ha fatto entrare in contatto le persone oltre che con i contenuti, con un metodo di lavoro ad essi congruente, considerando che non si può affrontare la riflessione sulla partecipazione se non attraverso l'utilizzo di metodologie partecipative, che ne garantiscano la veridicità e l'efficacia.

I partecipanti al corso, attraverso il parallelo continuo tra modalità di lavoro in aula e il metodo della progettazione partecipata, hanno potuto sperimentare la partecipazione e il coinvolgimento di tutti i soggetti che fanno parte del processo o che potenzialmente possono prenderne parte. Facendo esercitazioni in piccolo e grande gruppo, hanno potuto comprendere caratteristiche e limiti di una metodologia, che può diventare strumento importante nell’organizzazione del loro lavoro.

Le esperienze vissute da loro direttamente ci hanno permesso di affrontare il tema della progettazione partecipata in concreto, attraverso l'analisi delle esigenze reali di tutti i cittadini sugli spazi urbani, delle contraddizioni e contrapposizioni tra interessi di categorie sociali differenti ed i risultati inefficienti e non soddisfacenti per tutti in molte esperienze di progettazione realizzate.

Tra le testimonianze più significative riportate nel gruppo ricordo in modo particolare alcuni racconti su tratti "pedonali" impraticabili visti e percorsi in un'uscita con persone in sedia a rotelle, esempio chiaro e diretto della scarsa attenzione posta dai governi e da chi realizza gli interventi nei confronti dei gruppi sociali più vulnerabili. Centrare l'attenzione sui soggetti più vulnerabili e partire dal loro punto di vista per migliorarne le condizioni di vita vuol dire migliorare le condizione di vita di tutta la cittadinanza. La vulnerabililità come principio e focus centrale delle politiche e degli interventi di trasformazione sociale e quindi di cambiamento delle città è un'altra delle tappe fondamentali del nostro percorso.

La progettazione partecipata è un modo per costruire percorsi possibili e differenti che permettono di realizzare interventi centrati sulle diverse esigenze e bisogni, e come in un viaggio si sa quando si parte, dove si vuole arrivare, il percorso che vogliamo fare, ma non possiamo prevedere tutte le tappe, ed esattamente che cosa troveremo.....ci sono gli imprevisti, le sorprese, gli incontri con le cose, i luoghi, le persone che ci possono far accelerare, rallentare o cambiare percorso; anche nella progettazione partecipata ci sono dei principi chiave, sia sul piano dei contenuti che della metodologia, ma i risultati finali dipendono da una molteplicità di fattori e di variabili che possono cambiare durante il percorso. Se si costruisce e gestisce un buon percorso questo metodo permette di ottenere dei risultati soddisfacenti sia sul piano dell'efficacia che dell'efficienza.

Ripercorro il viaggio fatto con il gruppo attraverso alcune domande che ne rappresentano le tappe principali.

La prima domanda: perché scegliamo di fare un percorso di progettazione partecipata?

Pregiudizi e luoghi comuni sulla partecipazione:

1. si usa la partecipazione perché va di moda;

2. sono necessarie troppe risorse (tempo, persone, soldi..);

3. si perde tempo;

4. è divertente ma non porta da nessuna parte;

5. non si può considerare il parere di chi non è esperto di progettazione;

6. la partecipazione è una bella tecnica per far esprimere le persone, poi la realizzazione è un'altra cosa.

Questi pregiudizi o resistenze possibili preliminari alla scelta di realizzare un intervento con la metodologia della progettazione partecipata danno per scontato la mancanza di connessione tra la fase di elaborazione progettuale e quella di realizzazione, come se fossero due cose distinte e separate. Separare queste due fasi può permettere di eludere la contrattazione e il conflitto che emerge sullo sfondo come dato di fatto senza possibilità di gestione e di connessione tra punti di vista diversi.

Il valore aggiunto e la scommessa sulla partecipazione sono rappresentate esattamente dal contrario: cercare e trovare tutte le connessioni possibili nella fase progettuale permette di realizzare interventi che rispondano in qualche modo alle esigenze dei diversi portatori di interessi, capirle prima, cercare di far emergere le contrapposizioni, trovare punti di contatto attraverso la mediazione rinforza e dà valore al progetto elaborato, che già prima della realizzazione appartiene un po' a tutti. L'appartenenza che si crea nel processo partecipativo fa desiderare e attendere la realizzazione dell'intervento urbanistico che differentemente, senza un coinvolgimento precedente dei cittadini, potrebbe essere vissuto come intrusivo e non desiderabile.

La partecipazione attiva un circolo virtuoso in cui vengono valorizzate tutte le capacità, le conoscenze e le risorse locali. Utilizzare le risorse permette anche di far emergere le differenti posizioni, esigenze e bisogni, con la possibilità di anticipare, gestire e risolvere i conflitti potenziali tra i diversi portatori di interessi. In questo modo si crea maggiore senso di appartenenza sia rispetto al processo di progettazione che rispetto ai risultati della realizzazione, si trovano soluzioni e risultati più efficaci ed efficienti e quindi maggiore probabilità di successo nelle realizzazioni; questo permette di contenere gli interventi successivi con conseguente risparmio di risorse nel lungo termine.

La seconda domanda: come possiamo applicare alla realtà tutte le esigenze emerse, tutti i punti di vista espressi dalle persone coinvolte nel processo di partecipazione?

Pregiudizi sulle esigenze espresse dai diversi portatori di interessi:

1. un conto sono i bisogni delle persone, un conto le cose che possono essere realizzate e quasi sempre queste cose sono in contrapposizione;

2. le persone chiedono quasi sempre delle cose irrealizzabili;

3. non è possibile considerare tutti i pareri e i bisogni espressi.

Usare un metodo partecipativo non significa chiedere alle persone coinvolte nel processo "che cosa volete" senza porre confini e limiti e conseguentemente accogliere tutte le richieste emerse perché senza contestualizzazione non si chiariscono le possibilità reali, i vincoli e quindi le persone non vengono messe in condizione di scegliere, di esprimersi e di fare richieste realistiche e quindi di conseguenza non è quasi mai possibile soddisfare tutte le richieste emerse.

La partecipazione ha senso solo se si contestualizza rispetto alla situazione di partenza, le possibilità reali, le risorse, i vincoli e se si sceglie a monte il livello di partecipazione auspicabile e possibile.

In ogni processo di progettazione la partecipazione può essere attivata utilizzando diversi livelli di partecipazione e di coinvolgimento delle persone:

· nessun coinvolgimento dei cittadini: gli interventi di progettazione urbana vengono effettuati senza coinvolgere i cittadini;

· manipolazione: l'intervento è già stato progettato, si fa credere ai cittadini che era proprio ciò che volevano;

· si chiede di esprimere il punto di vista e poi la progettazione e la realizzazione dell'intervento procede indipendentemente e senza tenerne di conto;

· consultazione: si chiede il punto di vista di tutti i soggetti e si progetta considerando, i bisogni e i diversi punti di vista emersi (può accadere a diverse fasi del progetto, più la consultazione avviene nelle fasi preliminari al progetto più i punti di vista possono essere integrati);

· progettazione congiunta: i diversi soggetti vengono coinvolti in merito alle loro competenze anche sugli aspetti progettuali (ideazione di strutture, composizioni, materiali, ...).

Ognuno di questi livelli di partecipazione può essere usato in contesti e situazioni differenti e non è detto che il livello massimo di partecipazione sia sempre possibile, utile e desiderabile, le condizioni di fattibilità e la possibilità di tenere in considerazione i punti di vista espressi, sono il presupposto di base per scegliere il livello di partecipazione possibile ed auspicabile in ogni specifica situazione.

Contestualizzazione e Concretezza sono le caratteristiche fondamentali dei percorsi di progettazione partecipata, rappresentano le principali condizioni di fattibilità. Solo se è chiara la contestualizzazione dell'intervento di progettazione (possibilità reali, vincoli, risorse, limiti) si può elaborare un progetto realistico e realizzabile ed è proprio la sua realizzazione concreta che dà senso e valore alla progettazione partecipata. Coinvolgere i cittadini in un percorso di progettazione partecipata ha senso se siamo certi che il progetto elaborato in modo partecipato verrà realizzato, perché questo crea il processo virtuoso della partecipazione. Le persone che hanno partecipato ad un percorso e ne hanno visto i risultati sono incentivati a partecipare di nuovo e quindi a diventare cittadini attivi. La partecipazione non come dichiarazione ma come metodo di lavoro attiva i processi democratici, di contro se in seguito all'impegno e il coinvolgimento dei cittadini in un percorso partecipato non ci sono i risultati o non sono visibili e concreti si attiva la sfiducia e la demotivazione a farlo di nuovo.

La terza domanda: è possibile facilitare il processo partecipativo? come si può fare? chi può farlo?

Costruire un progetto di trasformazione di uno spazio urbano con un percorso di progettazione partecipata significa, partendo da un'esigenza concreta, trovare modi possibili per avvicinare l'ideale al reale attraverso una soluzione che si costruisce con tutti i cittadini, che prende forma, si concretizza e poi si realizza. Facilitare un percorso di progettazione partecipata vuol dire attivare e coinvolgere i cittadini, a partire da quelli più vulnerabili, far emergere i bisogni, ricercare punti di contatto tra diversi punti di vista ed interessi, immaginare, inventare e costruire punti di incontro possibili, ogni volta differenti. Facilitare il processo partecipativo significa fare un lavoro complesso ma possibile di costruzione attraverso l'ascolto e la mediazione, tanto più i soggetti coinvolti non sono abituati ad ascoltare e a mediare, tanto più questo lavoro sarà difficile. Tutte le persone coinvolte nel processo sono facilitatori attivi di partecipazione e contemporaneamente vengono facilitati da chi conduce il processo, che ne è responsabile e garante della metodologia e dei contenuti della partecipazione, e come una guida accompagna il gruppo lungo il percorso.

Viandante non c'è via,

la via è niente più,

viandante non c'è via,

la via si fa andando,

andando si fa la via

e volgendo la vista indietro

si vede il sentiero

che mai più si tornerà a calcare

viandante non c'è via,

ma solo scie nel mare.

A. Machado





La diversità orienta la progettazione

Aver intrapreso un corso come questo ha richiesto in primo luogo la consapevolezza delle diversità psichiche e fisiche esistenti tra gli esseri umani, che cambiano e si modificano nel tempo anche con rapidità e che quindi hanno bisogno di attenzioni particolari soprattutto nella cura della progettazione degli ambienti (sia interni che esterni).

Questo è ciò che le lezioni e gli incontri di approfondimento seguiti hanno portato alla luce, insieme anche all’evidenza di un contesto socio-culturale, che risulta ancora essere "ignorante" in materia di diversità.

Il contrasto tra l’esigenza irrinunciabile di accogliere la complessità nella progettazione e la difficoltà o le resistenze a questo incontro è risultato, a mio parere, il filo conduttore di tutto il progetto.

Le lezioni teoriche realizzate all’interno del corso sono risultate generalmente di facile apprendimento: conosciamo il linguaggio tecnico per gli studi che abbiamo fatto e ci siamo già confrontati, a livelli differenti, con i contenuti tecnici della progettazione. Quello che è risultato difficoltoso, invece, è stato il passaggio alle lezioni pratiche, alla sperimentazione di una metodologia di lavoro (progettazione partecipata, laboratori con tutor, ecc…) che tenesse conto di bisogni differenti per la rilettura di un ambiente o un territorio e che passasse necessariamente attraverso la relazione con la diversità.

Il valore fondamentale di questa tipologia di corsi sta proprio nel riuscire a trasmettere la giusta metodologia e filosofia per affrontare i problemi multi-disciplinari attraverso punti di vista differenti, liberando così i tecnici dalla loro settorializzazione.

A cura di Lucas Frediani, allievo del percorso formativo



APPENDICE NORMATIVA



INQUADRAMENTO NORMATIVO

BREVE MEMORIA DI SINTESI

Ing. Daniele Micheli

********************

L’ evoluzione del quadro normativo Nazionale e Regionale di riferimento sul tema delle barriere architettoniche passa attraverso un percorso durato circa 40 anni.

In questo senso, le disposizioni più significative a livello Nazionale in materia di progettazione architettonica possono essere di seguito cronologicamente e brevemente elencate:

· Circolare del Ministero dei LL.PP. del 19/06/1968 n°4809;

· Legge 30/03/1971 n°118

· Legge 09/01/1989 n°13;

· Decreto del Ministero dei LL.PP. 14/06/1989 n°236;

· Legge 05/02/1992 n°104;

· D.P.R. 24/07/1996 n°503.

Le disposizioni più significative a livello Regionale possono essere di seguito brevemente e cronologicamente elencate:

· L.R. 09/09/1991 n°47;

· L.R. 20/03/2000 n°34;

· L.R. 29/12/2003 n°66;

A livello Nazionale si ritengono meritevoli di particolare riflessione i contenuti e gli obbiettivi della prima circolare del Ministero dei LL.PP. n°4809/1968, alcuni dei quali risultano essere particolarmente significativi in quanto, anche se vecchi di 40 anni, appaiono tuttoggi ispirati a solidi principi di etica sociale, e più precisamente:

· Promozione di un processo di sensibilizzazione degli organi interessati e, più largamente, dell’opinione pubblica, e conseguente determinazione di un preciso impegno di tutti i settori nei confronti dei soggetti disabili;

· Introduzione per la prima volta in Italia del concetto di "barriera" non solo architettonica, ma di diversa natura (psicologica, sociale ecc.);

· Inserimento di precise disposizioni normative riprese in larga parte dagli ultimi Decreti Attuativi (236/89 - 503/96);

· Individuazione del campo di applicabilità della Normativa che, oltre all’edilizia riferita ad opere ed edifici costruiti dallo Stato e da Enti Pubblici, estende la validità della Norma anche all’edilizia collettiva in generale, con l’edilizia residenziale, ed inoltre introduce il suggerimento-tentativo di estendere la problematica a livelli più alti (disegno urbano e della pianificazione territoriale) in quanto a quel livello le barriere architettoniche "perdono la caratteristica di specializzazione ……investendo invece la intera struttura sociale".

Con la Legge 30/03/1971 n°118, riguardante la conversione in Legge con modificazioni del D.L. 30/01/1971 n°5, concernente provvidenze in favore dei mutilati ed invalidi civili, vennero successivamente precisate le modalità operative di progettazione e di realizzazione degli edifici pubblici ed aperti al pubblico, e della istituzioni scolastiche o di interesse sociale, imponendo il rispetto dei contenuti tecnici di cui alla citata Circolare n°4809/1968;

La prima Norma di riferimento generale per i progettisti e per gli operatori del settore è invece rappresentata dalla Legge 09/01/1989 n°13, recante disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati, con la quale vengono introdotti precisi obblighi per il caso della progettazione di nuovi edifici, ovvero per la ristrutturazione di interi edifici esistenti.

Successivamente, con D.M. 14/06/1989 n°236, è stato pubblicato il Regolamento di Attuazione della Legge n°13/1989, recante le prescrizioni tecniche necessarie a garantire l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità degli edifici privati e di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata e agevolata, ai fini del superamento e dell’eliminazione delle barriere architettoniche.

Vi è poi la Legge 05/02/1992 n°104 denominata Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale ed i diritti delle persone handicappate, con la quale vengono introdotte prescrizioni per la realizzazione delle attività sportive, turistiche e ricettive a norma di Legge 13/89 e D.M. 236/89. Con l’Art. 24, comma 4, della Legge n°104/92, per gli edifici pubblici e privati aperti al pubblico viene introdotto l’obbligo della verifica della conformità del progetto alla soprarichiamata normativa da parte delle strutture tecniche comunali, prima del rilascio delle relative Concessioni/Autorizzazioni edilizie.

Lo stesso Art. 24, comma 4, dispone che, prima del rilascio della agibilità/abitabilità delle opere di che trattasi, debba essere accertata la effettiva rispondenza delle stesse alla vigente Normativa.

Il medesimo Art. 24, comma 7, individua, per la prima volta, responsabilità dirette a carico dei Progettisti, Direttori dei Lavori, Responsabili Tecnici e Collaudatori qualora le opere realizzate negli edifici pubblici e privati aperti al pubblico, non risultino conformi alle disposizioni vigenti in materia di accessibilità e di eliminazione delle barriere architettoniche, e nelle quali le difformità siano tali da rendere impossibile la utilizzazione dell’opera da parte delle persone diversamente abili. In tale caso le opere saranno dichiarate inabitabili od inagibili.

Sempre l’Art. 24, comma 11, dispone che i Comuni adeguino i propri Regolamenti Edilizi alla Normativa sulle barriere architettoniche entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della medesima Legge n°104/1992. Lo stesso articolo dispone inoltre che, alla scadenza dei 180 giorni, le norme dei Regolamenti Comunali in contrasto con le disposizioni dell’Art. 24 perdono efficacia.

Con il D.P.R. 24/07/1996 n°503 è stato invece pubblicato il regolamento recante Norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici. Il Decreto fornisce indicazioni circa la realizzazione di marciapiedi, attraversamenti pedonali, scale e rampe, servizi igienici pubblici, arredo urbano, parcheggi e spazi di sosta per diversamente abili. Lo stesso decreto da indicazioni sulla realizzazione di tranvie, filovie, linee automobilistiche, metropolitane, treni, stazioni, ferrovie, servizi di navigazione marittima, navi nazionali, servizi di navigazione interna, aerostazioni, servizi per i viaggiatori, impianti telefonici pubblici.

A livello Regionale, le disposizioni normative più significative risultano essere le seguenti:

Legge Regionale Toscana 09/09/1991 n°47 modificata ed integrata dalla Legge Regionale Toscana 20/03/2000 n°34, i cui testi coordinati recano Norme sulla eliminazione delle barriere architettoniche che hanno come ambito di applicazione gli edifici pubblici e di uso pubblico, gli edifici residenziali, pubblici e privati, gli edifici per attività sportive, turistiche, produttive e commerciali, gli spazi e i percorsi urbani nonché le strutture esterne alle costruzioni, le strutture e gli impianti connessi al trasporto pubblico su gomma, ferro, fiume, e navigazione di competenza Regionale, le strutture e gli impianti di servizio di uso pubblico interni ed esterni alle costruzioni, i segnali ottici, acustici, e tattili per rendere fruibili i luoghi e gli ambienti di cui sopra.

La stessa Legge dà disposizioni circa la progettazione e la esecuzione delle strutture precedentemente elencate, disponendo che i contenuti della Legge stessa prevalgono sugli strumenti urbanistici e sui regolamenti edilizi Comunali, fino all’adeguamento degli stessi alle norme della Legge medesima. La legge indica inoltre le caratteristiche dei veicoli destinati al trasporto pubblico e definisce sanzioni per il mancato rispetto della Norma.

Legge Regionale Toscana 29/12/2003 n°66 avente per oggetto Modifiche ed integrazioni alla Legge Regionale 09/09/1991 n°47.

Con la Legge n°66/2003 le Regione definisce varie misure di sostegno per l’attuazione dei programmi Comunali di intervento relativi all’abbattimento delle barriere architettoniche, ed introduce la possibilità di attestazione del rispetto delle prescrizioni tecniche di che trattasi, in sede di certificazione di abitabilità/agibilità.

Come si vede, il quadro Normativo di riferimento risulta essere assai ampio e variegato, talvolta non così chiaro ed univoco di modo che, essendo ormai in atto un orientamento legislativo che favorisce il passaggio da ordinamento "concessorio/autorizzativo" ad ordinamento "autocertificante", la figura del Tecnico (Progettista, Direttore dei Lavori, Collaudatore, ecc.) acquista una sempre maggiore rilevanza e responsabilità.

In questo senso è opportuno che gli Enti, le organizzazioni e le associazioni Professionali, promuovano iniziative volte a favorire l’aggiornamento di tutti gli operatori del settore, tecnici e non, organizzando corsi, tavoli di confronto e momenti di approfondimento aventi anche lo scopo di aumentare la sensibilità dell’opinione pubblica in genere nei confronti delle problematiche trattate in questa occasione.

DOCENTI

Angela Piano - Introduzione al corso

Daniele Micheli - Inquadramento normativo

Giovanni Pasqualetti - Le strutture, i mezzi e i finanziamenti

Andrea Porchera - Le strutture e il progetto nelle aree protette e negli spazi pubblici

Elio Lutri – Ordini professionali, normative di riferimento e formazione delle figure tecniche

Elvio Cecchini – Ordini professionali, normative di riferimento e formazione delle figure tecniche

Valentina Folegnani - Fruizione ed accessibilità degli spazi

Fulvio Mandriota - Fruizione ed accessibilità degli spazi

Chiara Batoni - Strategie e interventi di progettazione partecipata

Bruna Andruccioli e Mario Satta - Fruizione ed accessibilità degli spazi

Marco Mazzoleni – L’impatto sociale delle barriere architettoniche

Tina Centoni - Esperienze significative nella gestione degli spazi e nell’abbattimento delle barriere architettoniche

Roberto Pierini – La scala urbana, esperienze didattiche e progetti

Luciano Baldiati - La progettazione delle strutture specializzate per lo sport

Luca Marzi - La scala urbana, approccio al progetto

Alessandra Guidi - La progettazione di spazi ed attrezzature pubbliche

Antonio Lauria - La scala urbana, le barriere percettive

Giuliano Dalle Mura - L’accessibilità degli edifici pubblici

Alessandro Rossetti - Strumenti informatici per una progettazione accessibile

Fanny Di Cara - Cultura dell’accessibilità: uno sguardo di genere alla città e al territorio

Anna Giani - Le risorse della comunicazione: esperienze di progettazione partecipata

Andrea Tenerini - L.R. 1/05, superamento delle barriere architettoniche: piani e progetti

Michela Biagi – Laboratorio

ALLIEVI

Roberta Bernardini, Gianluca Bertoni, Valentina Cheli, Ilaria Federigi, Stefano Finelli, Lucas Frediani, Claudio Ghilarducci, Valeria Giuliano, Rachele Luciani, Tommaso Marino, Alberto Martinelli, Francesca Quilici, Carlo Santini, Francesco Simonini, Fabio Troise.

TUTOR

Valentina Folegnani, Rossella Giudice, Fulvio Mandriota, Alessandro Rossetti.

ORGANIZZAZIONE DEL CORSO

Michela Biagi, Annalisa Chelotti, Sabrina Galli, Angela Piano, Daniela Simi.

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